| Scritto da Lord Cäedric Allen Aston, |
Figlio mio, ma non mio figlio.
Figlio del mio sangue e del mio spirito.
"Richard, non è certo cosa da poco ciò che vuoi...".
Edward aveva ragione, Cäedric sarebbe stato un grande Tremere.
Un grande Tremere, ricercato cultore del sapere in ogni sua forma e sostanza, potente immortale capace di grandi prodigi si... ma nulla più di questo.
Io invece ne avrei fatto il più grande Ventrue di quest'epoca.
La fiamma della conoscenza non è infatti la sola ad accenderne lo sguardo. In lui vi è altro, vi è molto di più dello sterile amore per il sapere: vi è la volontà, che non è mera contemplazione, ma limpida visione.
Edward all'epoca non comprese appieno le mie motivazioni, forse le fraintese persino, ma come poteva? Come può comprendere l'essenza di quanto rende tale un Ventrue?
Ventrue si nasce, è un destino. Deus vult.
La sua posa è rilassata, la sua mano si muove senza incertezze sulla scacchiera, le pedine ricollocate non emettono alcun suono. Il pregio ed il segreto degli scacchi è la freddezza, irrinunciabile compagna di giudizio e strategia.
Questo è il suo gioco. Questo è il mio gioco.
Le nostre partite durano sempre di più, in grazia dei suoi continui miglioramenti. Da anni ormai non so più contare con precisione quante mosse mi separano dalla vittoria, e da poco meno non mi è più possibile sapere con certezza se sarò io il vincitore.
Alfiere in F4, il mio Cavallo è bloccato. Il suo obiettivo è la Regina in tre mosse.
Porto la Torre in B3, la mia Regina è coperta finchè resterà in quella posizione.
A sorpresa è con un pedone che sferra l'attacco, abbandonando l'Alfiere al suo destino. Non mi aspettavo questa mossa, forse questa sera vincerà lui dopotutto.
Non sono abbastanza concentrato da battere il mio allievo, niente meno della perfezione è più sufficiente, e non so dire quanto questo mi riempia di orgoglio.
Il fuoco arde vivace a poca distanza, è la sola luce presente nella stanza, di altre non ve n'è bisogno.
Studia le mie mosse approntando le proprie mentre aspetta ch'io muova, Cavallo in F4, voglio vedere cosa ha in mente. Chiude gli occhi per alcuni istanti prima di compiere la sua scelta definitiva, lo fa sempre per concentrarsi. Li riapre e muove con decisione, la Regina in B8.
Tipico del suo modo di giocare, risparmiare il più possibile la Regina, mantenerla schermata, al sicuro. Non occorre un genio per vedere oltre, per me è chiaro come lo era una volta il Sole.
Oltre, Rochelle De La Roche è la Regina, per proteggerla e coprirla nessun sacrificio è troppo alto, che siano Torri, Alfieri o Cavalli; per proteggerla persino Cäedric, il Re stratega, finisce per scoprirsi, per diventare vulnerabile.
Ma la pedina più importante non è la Regina, è il Re. E' la regola degli scacchi, e non solo di essi.
Non batte ciglio quando svelo il suo errore, accetta la perdita del secondo Alfiere come un prezzo necessario. Ed ai suoi occhi lo è, la Regina dopotutto è salva ed il Re potrà trarsi d'impaccio in due mosse.
Però ora è in svantaggio, le sue forze sono ben più esigue e meno assortite delle mie, sono curioso di vedere come ne verrà fuori. Non dubito che lo farà, sottovalutare il mio allievo è un errore che ho fatto una volta soltanto e di cui non so se finiremo mai di pagare le conseguenze...
Il Cavallo superstite di Cäedric mi coglie alla sprovvista con un balzo inaspettato ed ardito: affonda nelle mie retrovie portandosi a ridosso del Re nero attentamente custodito, la mia Regina è però pronta.
Mi occorre solo un istante per capire di avere perso. La Regina-Rochelle, che credevo arretrata per mera propria difesa, in realtà copre astutamente il Cavallo solo in apparenza imbizzarrito. Potrei salvarmi in tre mosse, ma a disposizione ne ho solo due.
Naturalmente anche Cäedric lo sa, la sua strategia è stata perfetta e le parole tra noi spesso non sono più necessarie. Lo sguardo che mi rivolge è interrogativo, gli sorrido appena e subito lo vedo distendersi, "Gloria al vincitore, è stata una magnifica partita Cäedric".
Al mio complimento, un lampo di soddisfazione attraversa i suoi occhi, ma non sorride limitandosi ad un cenno d'assenso, "Vi ringrazio Maestro. L'onore che mi fate è grande".
Che il mio allievo sorrida è oramai un evento assai raro. Una sgradevole sensazione mi coglie all'improvviso, mentre il dispiacere minaccia di ricomparire per l'ennesima volta.
Diligentemente ripone la scacchiera disponendone le pedine in perfetto ordine, quindi torna a sedersi di fronte a me. Lo osservo senza parlare per qualche istante e lui sostiene il mio sguardo, senza apparente difficoltà.
I suoi lineamenti non tradiscono alcuna emozione di sorta, ma io so esattamente cosa si agita nella sua mente: il suo animo non è sereno e gli ultimi eventi non hanno fatto che peggiorare la situazione.
La Regina-Rochelle al momento è in scacco, nonostante tutti gli sforzi del suo Re.
So come sono andate le cose notti orsono al parco del Golden Gate, so quanto è stato difficile per Cäedric, so quanto lo è ancora. Lo so meglio di chiunque altro.
Vorrei dirglielo. Non so quanto vorrei dirgli che conosco esattamente ciò che prova, quanto vorrei rassicurarlo e riportare la serenità nel suo animo. Vorrei dirgli quanto male mi ha fatto vedere il suo sguardo sconvolto alle mie accuse, quale profondo timore... no, quale profondo terrore io provassi in quel momento: quella notte non erano soltanto le macchinazioni di Antonius a dettare le mie parole.
Più di tutto vorrei dirgli quanto il suo dolore sia anche il mio. Ma non posso. Non posso farlo, non senza essere assolutamente sincero, non senza rivelargli molte delle verità che nascondo da secoli.
E questo non posso farlo. Non capirebbe ed io non potrei biasimarlo per questo. Lo perderei definitivamente senza poter fare nulla per impedirlo.
E questo non deve accadere, non voglio che accada.
Cäedric è figlio mio, eppure non mio figlio... è figlio del mio spirito e del mio sangue immortale, mio figlio più di qualunque bambino generato dal padre.
L'ho desiderato più di qualunque padre di sangue, l'ho cercato, scelto ed allevato dall'infanzia. L'ho plasmato, istruito e... si, amato più di qualunque padre mortale od immortale.
Io non voglio perdere mio figlio. Non permetterò a Frederic di portarmelo via, non glielo permetterò mai...
Lo sguardo di Cäedric si è rivolto alle fiamme. Oro sul fuoco. Nel baluginare delle spire di fiamma si permette un accenno di malinconia. I suoi occhi, una volta così innocenti, ora sono grevi di dolore e rimpianto... io stesso li ho visti mutare, inesorabilmente soffocare la luce che li illuminava. Secoli fa, gli occhi di un'altra persona a me assai cara subirono lo stesso cambiamento, anche allora in gran parte a causa mia.
L'iride dorata è velata dalle ombre ora. E tutto per la Regina bianca che non vuole lasciare andare: Rochelle De La Roche, lo strumento che Frederic usa per tentare di sottrarmi mio figlio.
Eppure, secoli fa, erano proprio di Frederic quegli occhi così simili nella loro incondizionata innocenza. Forse, ancor prima, persino i miei sono stati tali.
L'avevo osservato per anni, quel bambino così sorprendentemente somigliante ad Edward (Elric, non Aston), ultimo nato della sua stirpe mortale. Era senza dubbio un bimbo fuori del comune, ma del resto era figlio di una donna che di ordinario non aveva nulla, neppure l'aspetto.
Marlene Schezar-Aston. Non ho mai capito appieno perché Edward non l'abbia abbracciata, anche se, in ultima analisi, devo ammettere di doverne essere assai grato: se lo avesse fatto, dopotutto, io non avrei mai avuto un figlio. Un Infante forse si, ma non un figlio.
Mi imbattei in Cäedric quasi casualmente, quando non aveva che pochi mesi. Non ho remore nell'ammettere che, inizialmente, era stata sua madre a destare il mio interesse; non avevo infatti mai pensato alla possibilità di allevare un bambino mortale al fine di farne il mio Infante.
Sapevo del legame di Edward Elric con quella donna, e volli verificare di persona se potesse celare eventuali rischi, a fronte del rapporto non certo idilliaco tra le nostre linee di sangue: un Infante Tremere troppo dotato avrebbe potuto rappresentare una minaccia per gli equilibri di potere.
Da tempo Antonius premeva affinchè cercassi un Infante degno, ma io avevo sempre posticipato il momento della scelta; l'Abbraccio rappresentava per me qualcosa di altamente misterioso, qualcosa che mai avrei potuto elargire con leggerezza, al punto che ero deciso a condurre la mia esistenza nella più totale solitudine se non avessi ricevuto un segno inequivocabile.
Il segno giunse quando incontrai Marlene per la seconda volta, accompagnata dal figlio poco più che neonato. Ero in visita di cortesia al Castello di Cornovaglia, da Pari della Corona, naturalmente premurandomi di giungere in assenza del Duca.
Marlene mi presentò il bambino con la massima solennità, ed il segno mi si presentò in tutta la sua chiarezza: una scossa, un'onda improvvisa, fu come trovarsi improvvisamente a guardare il proprio futuro, con assoluta certezza. Una consapevolezza piuttosto sconvolgente per chi, come me, si trovava da secoli al di là del tempo e non si curava quasi più del suo scorrere naturale.
Intravidi infine il perché Edward non avesse abbracciato Marlene: era sua intenzione aspettare e preoccuparsi della successione; il Tremere ha sempre tenuto in gran conto la propria discendenza mortale, qualcosa che ai miei occhi non aveva oramai alcun significato.
Quel bambino era speciale, quel bambino sarebbe potuto essere il mio Infante.
Da allora ne osservai l'evolversi, il più possibile da vicino, facendo attenzione a non svelare le mie intenzioni a nessuno, soprattutto non ad Edward Elric che vantava assoluta pienezza di diritti su madre e figlio.
Poi accadde. Le mie azioni portarono al Tremere un aiuto vitale ed inaspettato, mettendolo in debito con me. Un grosso debito.
E poco dopo ci ritrovammo ad avere interessi complementari. Non osai lasciarmi sfuggire una simile occasione.
Inaspettatamente, nel frattempo i genitori di Cäedric erano periti in un incidente aereo. Fui più che sorpreso da quello che fu il mio primo istinto, ossia di andare a prendere il bambino. Mi accorsi di provare sentimenti che credevo mai più avrei conosciuto: ero in ansia per la sua sorte.
Ma i tempi non erano ancora maturi, non sarebbe stato prudente affrettare l'evolversi della situazione. Così dovetti attendere. Anni.
E fu un'attesa particolarmente estenuante. Certo, mi tenevo costantemente aggiornato sullo stato del bambino, ma non era sufficiente: io volevo essere là, essergli presente, volevo che mi conoscesse, che sapesse chi ero io.
Antonius non avrebbe mai compreso questo mio bisogno, come del resto non lo comprendevo appieno nemmeno io, così non gliene parlai; rivelai soltanto una parte della verità, che nel piccolo avevo visto grandi qualità e che avrei atteso di verificarle prima di decidere come agire.
Infine, dopo cinque interminabili anni, mi mostrai a lui. Avevo stabilito già da tempo come avrei agito: sarei divenuto il suo tutore, quindi il suo padrino, in quella veste avrei potuto allevarlo ed educarlo in modo del tutto legittimo, senza essere costretto a portarlo via dalla sua casa.
Era solo e senza alcun parente in vita (a parte l'immortale Edward), fu quindi facile imporre la mia decisione: dove non giunse il mio rango, giunsero le Discipline. Ne feci un uso massiccio in quel periodo e non me ne pento, non potevo aspettare un solo giorno in più, figurarsi i tempi biblici della burocrazia mortale!
Cäedric aveva già dieci anni, in ritardo di tre anni rispetto all'agogè spartana, in anticipo rispetto all'addestramento di un cavaliere, nel momento perfetto in cui dal fanciullo inizia a vedersi l'uomo.
Ricordo quando mi vide per la prima volta: mi guardava sbalordito come se fossi uscito da chissà quale racconto, ed io di certo non feci nulla per smentire la cosa. Volevo che fosse colpito, sarebbe stato molto più facile guadagnarne la fiducia che, sapevo, non era disposto ad accordare quasi a nessuno.
All'inizio non fu semplice. Il bambino non era stato contraddetto in nulla per cinque anni, era pressoché ingovernabile ed io stesso avevo ben poca esperienza di fanciulli. Una sera tuttavia scoprii come farmi ascoltare, come raggiungerlo nel profondo e destare il suo interesse, anche allora in modo quasi casuale.
Narrandogli storie. Conoscere centinaia di racconti e leggende è uno dei vantaggi dell'essere immortali, in più potevo vantare una discreta abilità come cantastorie, un'altra eredità della mia giovinezza che avevo creduta persa per sempre.
Da allora le cose migliorarono ad una velocità straordinaria. Cäedric era un bambino geniale, la sua fascinazione per il sapere era pari al bisogno di attenzioni che tentava, malamente, di nascondere. Io ero più che lieto di dargli entrambi.
Fu come se un vuoto fosse stato riempito, per la prima volta dopo secoli ritrovai l'entusiasmo e la certezza di avere un compito. Avrei cresciuto il bambino, l'avrei educato ed addestrato come mio erede, sarebbe stato il mio Infante, ne avrei fatto il più grande Ventrue di quest'epoca.
Non avevo previsto in tutto questo di guadagnare un figlio. Ma è accaduto. La volontà di Dio è imperscrutabile come la sua capacità di perdonare, persino un peccatore indegno come me.
Non avrei potuto avere allievo migliore in mille e mille anni: attento, pronto, geniale, avido di conoscenza, dotato e, soprattutto, tanto simile a me, a ciò che ero prima dell'ombra, da destare in me l'affetto più grande che potessi immaginare.
Ne feci un cavaliere, ne feci il cavaliere che io stesso ero una volta. Guadagnai non solo la sua fiducia, ma un affetto che sfociava in aperta devozione. Che Dio mi perdoni... non avrei potuto esserne più felice.
Sbagliai solamente una volta nel valutare Cäedric, lo sottovalutai tanto che ne paghiamo ancora le conseguenze.
Rochelle. Sempre Rochelle.
Un sapore amaro mi invade la bocca ogni volta che mi sovviene il suo nome. Possibile che quell'unico, solo errore possa gettare al vento ogni cosa per cui ho lavorato, ogni cosa che ho desiderato per il mio Infante?? La redenzione che speravo mi fosse concessa per grazia di mio figlio..?
Erano bambini, soltanto bambini dannazione! Come avrei potuto pensare... come avrei potuto prevedere??
Cäedric aveva un carattere solitario, non potevo biasimarlo dopo ciò che gli era accaduto; col tempo, mi dicevo, le cose sarebbero cambiate. Che non frequentasse troppo i suoi coetanei dopotutto era confacente ai miei scopi educativi.
Rochelle mi parve un'ottima soluzione all'epoca. Era evidente come Cäedric fosse lieto della sua compagnia, inoltre era una bambina intelligente e sveglia, una buona compagna di giochi per quello che era comunque ancora un bambino. Col tempo si sarebbero allontanati da soli: lei sarebbe andata in scuole sempre più lontane e avrebbe fatto altre amicizie, lui sarebbe stato sempre più occupato con l'agogè.
Il sospetto che le mie previsioni potessero essere eccessivamente ottimistiche mi sorse dopo appena un paio d'anni. Invece di allontanarsi si facevano via via più vicini, in modo preoccupante.
Ah! Se il Signore mi avesse fulminato per l'insensato sollievo che provai quando, a tredici anni, Cäedric rientrò con l'espressione trasfigurata di chi ha appena dato il primo bacio. Risi di gusto quella sera, osservandolo arrossire fino alle orecchie, pensando fosse solamente una questione d'età, il richiamo fisico della fanciullezza infine conclusa.
E' naturale attrazione, pensai, dopotutto non conosce altre ragazze!
Sottovalutai Cäedric. Pensai fosse un ragazzino come tutti gli altri, un ragazzino al primo fatuo innamoramento e lasciai cadere la questione.
Marlene era pagana e, per quanto io non condivida, Cäedric ha sempre mostrato un grande interesse per quella parte della sua eredità di nascita. Come suo mentore, il mio compito non era solo guidarlo, ma istruirlo anche sulle vie alternative alla mia visione, che imparasse a conoscerle sotto la mia tutela piuttosto che in solitudine. Inoltre consideravo talune antiche usanze particolarmente utili.
In particolare ero convinto della necessità di un rito di passaggio, una sorta di battesimo del fuoco che segnasse il definitivo passaggio dalla fanciullezza all'età adulta. Ricordai la mia prima battaglia, a quattordici anni come scudiero di mio padre. Per mio figlio avrei pensato a qualcosa di diverso, possibilmente di meno pericoloso, ma non per questo di meno efficace.
I riti pagani di Beltane mi parvero perfetti.
Avrei assecondato una parte di lui che sapeva non condividevo, mi avrebbe amato di più per questo. E lo fece. Con quale entusiasmo si impegnò allora nell'addestramento!
Osservavo con orgoglio crescente i suoi progressi, compiaciuto sino all'inverosimile dell'assoluta fiducia che mi riservava.
Il rito di passaggio, decisi, sarebbe stato triplice come in origine: mentale, spirituale e fisico al contempo. Avrei predisposto per lui una serie di prove, ardue ma non impossibili, che ne avrebbero testato ingegno, forza, tenacia e prontezza. Quindi, sempre secondo l'idea del ‘meglio sotto la mia supervisione che da solo', avrebbe per così dire completato la conoscenza dei corpi umani sotto la guida di una ragazza che avevo scelta personalmente.
In questo modo avrebbe saziato curiosità ed appetiti e, parallelamente, si sarebbe allontanato da Rochelle.
Quando compresi il mio errore era troppo tardi. La ragazza venne da me dicendo di aver atteso invano qualche ora, per poi ricevere un messaggio in cui Cäedric la ringraziava, pur scrivendo che non avrebbe disonorato il proprio amore.
Onore ed amore, così tipico del mio allievo legarli assieme. Me ne resi veramente conto allora: Cäedric non era un ragazzino al primo innamoramento, anche in quello era maturo ben oltre i suoi anni.
Come pensavo, quella notte era andato da Rochelle.
Tacqui per alcune notti, riflettendo sul da farsi, quindi lo affrontai sperando di far leva sul suo senso dell'onore. Ancora lo sottovalutai, scoprii infatti con una certa angoscia che Cäedric aveva le idee molto chiare in merito: le sue intenzioni circa Rochelle erano quanto di più onorevole ci si potesse aspettare.
I legami sono una debolezza. No... i legami sono la più grande debolezza che si possa avere. Io lo so fin troppo bene.
Mio figlio, il mio allievo perfetto non avrebbe dovuto provare un dolore simile, me l'ero ripromesso eppure... eccolo a sedici anni, ufficialmente promesso ad una ragazza che amava più d'ogni altra cosa, felice all'inverosimile, rattristato solamente dalla mia contrarietà.
Ma come mi sarei dovuto sentire, come..?! Sapendo che tutto ciò avrebbe avuto fine, che la sua perfetta felicità l'avrebbe soltanto gettato nella perfetta disperazione?! Come poteva Dio permetterlo?!
Provai in ogni modo, Dio sa quanto ho tentato di convincerlo a vedere il pericolo, ad ascoltarmi. Ma l'amore è sordo oltre che cieco, un'altra cosa che avrei dovuto ricordare.
Il tempo dell'Abbraccio venne. Fu atroce. Non avrei mai voluto che andasse così, avrei voluto rendergli tutto il più possibile facile, non traumatico. Ma non fu possibile, a causa di Rochelle.
Dovetti imprigionare Cäedric, dovetti fargli più male di quanto mi fosse possibile sopportare, dovetti farmi odiare, rischiai di perderlo.
E Rochelle? Ah Dio... anche lei mi diede assai da fare. Mi dispiaceva per lei, ma li avevo avvertiti che era un errore; lei doveva essere una parentesi nell'eternità, non poteva essere più di quello. I legami sono una debolezza imperdonabile.
Poi Cäedric fece la propria dolorosa scelta. Mio figlio non mi deluse, fece l'unica cosa giusta da fare. Per questo gli concessi di dirle addio, non fu malriposta la mia fiducia. Ed io non tradii la sua, non gli dissi mai di averlo visto piangere, quella notte di quasi sei anni fa.
Lo portai via, nelle lontane Americhe, sperando che il tempo avrebbe guarito le ferite. E forse sarebbe andata così se non si fosse intromesso lui.
Frederic.
Ha abbracciato la ragazza unicamente per vendicarsi di me, per rendermi ciò che gl'inflissi in quei giorni lontani... usa Rochelle per tentare di sottrarmi quanto ho di più prezioso. Vuole il mio dolore, tenta di sottrarmi mio figlio... come secondo lui in passato io contribuii a che gli fosse portato via il suo.
Per questo, notti fa, sono stato troppo duro nei confronti di Cäedric, accusandolo ingiustamente. Temevo che Frederic fosse riuscito nel suo intento, io... ero terrorizzato.
"Maestro..?", la voce del mio Infante mi riporta al presente, la domanda riflessa nei suoi occhi. Devo aver trascorso più tempo del dovuto assorto nei miei pensieri, "Nulla Cäed, riflettevo sul passato...".
La sua espressione si fa attenta, non mi chiede nulla, aspetta che continui, "Cäedric io... mi... mi dispiace", la mia incertezza lo coglie di sorpresa, i suoi occhi si fanno più grandi alla luce del fuoco, "L'altra notte, non avrei dovuto essere così duro. Io non... non avrei voluto che le cose andassero così".
Chiude gli occhi e si gira. Quegli occhi dal colore impossibile che non riesce mai a schermare del tutto.
E' teso sulla poltrona, le nocche sbiancate per la forza con cui serra i braccioli, sta lottando contro un risentimento mai sopito, lo so. Quello verso di me.
Alla fine si distende e torna a guardarmi, lentamente. La sua espressione è malinconica, gli occhi tristi all'inverosimile, tanto che mi trovo a pensare a quanto realmente Frederic abbia già iniziato a consumare la sua vendetta. Di certo io soffro come non facevo da tempo.
"Lo so... Maestro", molte volte, anche dopo l'Abbraccio, è stato sul punto di sbagliarsi, ma si è sempre corretto prima di dar voce a quel pensiero. E' con rammarico che me ne rendo conto.
Vorrei non lo facesse, che anche solo per una volta mi chiamasse padre.
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