| Scritto da Lord Caedric Allen Aston, |
La presente missiva è stata scritta da Cäedric in seguito ad eventi che nei resoconti non sono ancora stati trattati, presenta quindi diversi spoilers rispetto alla trama della cronaca.
Se la cosa non vi preoccupa, e avete a portata di mano un nutrito pacchetto di fazzoletti, buona lettura.
Ciò che vi è di più arduo in una missiva è senza dubbio l'incipit, a maggior ragione se a scriverla sono io... ma questo l'hai sempre saputo.
Mia Rochelle... così iniziavano una volta le mie lettere a te, ricordi?
Vorrei fosse ancora così... ma so di averne perso il diritto.
Se sei giunta sin qui nella lettura, ti starai chiedendo il perché abbia deciso di scriverti, perché adesso, perché non prima.
Penserai ch'io sia un codardo... e forse non ti sbagli. E' una delle tante domande che non faccio che pormi di continuo.
Se non sono presente è per non rischiare di compromettere l'esito della tua liberazione, prego di vederti eppure ti scrivo perché non so se avremo occasione di parlare, perché non so se vorrai mai accettare di ascoltarmi, perché troppe volte le parole falliscono... ma soprattutto perché troppo intensamente desidero tu sappia la verità.
La verità è per i Fratelli un universo ampio e complesso, fatto di sfumature e dettagli, qualcosa in cui è facile perdere persino sé stessi. Questa non è la Verità.
La Verità è la ragione che ci sorregge, che impedisce di precipitare nell'abisso. Parimenti essa non è una sola: ognuno custodisce in sé la propria Verità, senza cui è nulla, meno degno di considerazione di un grano di polvere...
Scrivo per raccontare a te la mia Verità, in fondo non ho più ragione alcuna di mentire, ne converrai...
De profundis clamavi.
Io ero perso... un bambino disperso nell'abisso senza esserne neppure cosciente. Le scogliere ne erano semplicemente l'anticamera ed ogni volta che mi recavo laggiù sedevo un po' più vicino al margine, un po' più vicino al vuoto.
In quello stesso vuoto io ero perso, senza legame alcuno... senza una sola ragione per ignorarne il richiamo. Fosti tu a salvarmi da esso, tu a sciogliere il ghiaccio, tu a dissolvere l'ira... tu a darmi un senso, una risposta, una ragione.
Tu divenisti la mia Verità, la sola e l'unica.
Da allora in avanti... si, anche adesso. Ora e per sempre.
Non ti chiedo di credermi, neppure di questo ho più il diritto, ma solo di ascoltare queste parole prive di voce, per l'ultima volta se così vorrai...
Il nostro primo incontro fu la mia redenzione, la vita che da allora trascorremmo insieme fu il Paradiso. Ricordo ogni cosa come fosse appena accaduta, ogni parola che ci scambiammo ed ogni gesto che facevi... come giocherellavi con i capelli mentre eri assorta in qualcosa, come battevi il piede sinistro se eri impaziente, come stringevi i pugni quando ti arrabbiavi, o come il tuo sorriso illuminasse il mondo ai miei occhi.
Ti raccontai come mia madre era solita ripetere ch'io fossi la luce, in realtà si sbagliava: la sola luce che conobbi dopo la sua morte fosti tu, più brillante del sole stesso e di esso molto più importante.
Il primo bacio che ci scambiammo fu un lambire di fiamma che diede fuoco alla mia anima, mutando di me ogni cosa... avevamo tredici anni, ti eri lasciata cadere dalla quercia da cui non riuscivi più a scendere, riponendo assoluta fiducia in me: ‘mi hai presa' dicesti, ‘sempre' fu la mia risposta.
Mi eri più necessaria d'ogni altra cosa, vitale più dell'aria stessa, tanto che ogni mia azione non poteva prescindere da te.
Per meritarti avrei dovuto essere il migliore e nulla mi avrebbe impedito di esserlo. Così mi impegnai al massimo delle mie capacità, disposto ad ogni cosa pur di essere il cavaliere che meritavi, nonostante non fossi degno di te...
Ricordo la prima volta che ti feci piangere... non avevamo ancora quindici anni e quella primavera avrei dovuto sostenere le prove della virilità. Io pensavo solamente a prepararmi per non sfigurare di fronte a te e a Sir Richard, e da sciocco che ero non mi curai di approfondirne tutte le implicazioni, ma tu lo facesti.
Per tre lunghissimi giorni rifiutasti di vedermi, finché non ti trovai alle scogliere; ma neppure allora volesti parlarmi, al contrario iniziasti a correre giù per il sentiero. Quando infine ti raggiunsi, vidi che eri in lacrime e per poco non soffocai dall'angoscia, ti chiesi perché e maledissi la mia stupidità quando dicesti che la vecchia May, l'anziana filatrice di tuo padre, ti aveva detto in cosa effettivamente consistevano i riti della virilità. Avrei dovuto essere io a dirtelo, ma non avevo osato per timore di apparirti sfacciato, mentre tu temevi ch'io mi sarei legato ad un'altra, una sconosciuta come voleva la tradizione.
Avrei dovuto dirti immediatamente che non avrei mai cercato, ne accettato, nessuna se non te.
Beltaine giunse, le prove con esso, e passò lasciandoci legati l'uno all'altra, finalmente completi... Ancora oggi ti rivedo in quella veste bianca, ad attendermi illuminata dalle spire danzanti del grande falò...
Mi rifiuto di credere che tu abbia dimenticato. Dio sa che io non l'ho fatto...
L'anno successivo debuttammo in società, il ricevimento era stato organizzato a Buckingham Palace il giorno del Solstizio d'Inverno. Io non amavo i ricevimenti e detestavo quel giorno con tutto me stesso, ma tu eri così entusiasta che mi sforzai di ignorare la folla, le giovani così terribilmente svenevoli e gli sciocchi che osavano importunarti... almeno ci provai, ricordi?
Mancò poco che non sfidai quell'idiota di Humperfrinks su due piedi per gli apprezzamenti che ti aveva fatto ubriaco fradicio!
Tu mi trascinasti fuori in terrazza per calmarmi e dopo poco iniziò a nevicare, ma non faceva freddo... trascorremmo il resto della serata danzando sulla terrazza tra i fiocchi di neve. Fu una notte magica...
Ogni cosa che facevamo insieme lo era, per il solo fatto che eri presente accanto a me... il mondo cessava il suo moto, tacevano le maree, chetati i venti, sole e stelle insieme scomparivano, pallidi come deboli candele vicino ai possenti fuochi di Beltaine.
Non potevo fare a meno di guardarti, di perdermi nella contemplazione della dea che aveva deciso di benedirmi con il suo amore.
Ogni tua parola era musica per me... ricordi quando solevi rimproverarmi scherzosamente per la mia scarsa loquacità? La Verità è che avrei trascorso la vita intera ad ascoltare la tua voce.
Quando ti recasti a Parigi per iscriverti alla Sorbona una parte di me voleva opporsi, perché proprio la Sorbona? Perché non Oxford, Cambridge, Lancaster? Perché così lontano?
Ero afflitto dalla vergogna per il mio egoismo quando ti confessai di avere avuto simili pensieri... Oxford era l'università tradizionalmente frequentata dal mio casato, la Sorbona l'ateneo dove aveva insegnato tua madre. Infine trovammo comunque una soluzione; il vederci nei fine settimana, tuttavia, non era abbastanza per me, così spesso venivo a trovarti ugualmente, foss'anche per qualche ora soltanto... tu passavi sempre i primi dieci minuti a rimproverarmi per avere trascurato le lezioni, poi mi baciavi ringraziandomi per averlo fatto. Ogni volta.
Gli anni passavano, e con essi si rafforzava il nostro legame, così intenso da inebriarmi ogni giorno di più...
Quella notte era molto fredda per essere solamente alla fine di settembre, ciononostante ti chiesi di passeggiare attraversando il Ponte di Londra. Stavamo tornando all'albergo dopo una visita alla Regina, di fronte alla quale ti avevo raccomandato di non inchinarti formalmente. Ricordo come la mia richiesta ti parve assurda, ma acconsentisti comunque cedendo alle mie preghiere in tal senso, anche se sono convinto ti fossi preparata un discorso di scuse da presentare a Sua Maestà, sbaglio?
Con tua grande sorpresa, la Regina non si scompose minimante, dimostrandosi al contrario benevolmente compiaciuta.
Il Ponte era completamente deserto (cosa di cui mi ero assicurato già da tempo) e noi passeggiavamo su di esso quasi che fosse un altro mondo, diverso da quello caotico che ci eravamo lasciati alle spalle sulla terraferma. Dal tuo sguardo capii che già sospettavi qualcosa, ma ero deciso a stupirti, quindi eludetti le tue domande sino a che non ci trovammo al centro del ponte.
Lo spettacolo che Londra offriva alla notte era splendido: il cielo era terso, ed erano persino visibili le stelle, nonostante le luci incorniciassero le sponde del Tamigi.
Dio quanto eri bella... dovetti fare un enorme sforzo di concentrazione per non annegare nei tuoi occhi, per ricordare il discorso che preparavo oramai da settimane... tutto inutile, a malapena ricordavo il mio nome.
"Non dovrai più inchinarti al Sovrano d'Inghilterra Chelé...", inutile ti dica che l'esordio non avrebbe dovuto essere quello, "...Il casato dei Windsor è decisamente meno antico di quello di Aston, il non dover loro atti di sottomissione è privilegio del Duca..", "Lo so, ma..", provasti ad obiettare ma io non te lo permisi, "...e della Duchessa di Cornovaglia".
Il mio cuore batteva talmente forte che temevo l'avresti udito, in vita mia non ero mai stato tanto teso e non sapevo esattamente come gestire le mie reazioni, tanto più che il tuo sguardo rendeva improbo il mio sforzo di mantenere il controllo.
Quando mi inginocchiai ti vidi sussultare, le tue mani tremavano nelle mie, io le baciai entrambe e, senza mai lasciare i tuoi occhi, ti mostrai l'anello: "E' il gioiello più prezioso del casato, da sempre appartiene alla Duchessa... ed è appartenuto a te sin dal primo istante in cui ti vidi", temevo che la voce mi venisse meno da un momento all'altro tale era il nodo che mi serrava la gola, "Rochelle De La Roche... Chelé, vuoi essere per il mondo ciò che già sei nel mio cuore? Mia sposa, per sempre..?".
Neppure scrivendo un milione di anni riuscirei a descrivere la gioia che provai quando accettasti... fu allora che mi desti il ciondolo della ruota, ciò che sapevo essere il tuo tesoro più prezioso... ‘è il mio cuore, che non mi appartiene più... è tuo come tutto il resto di me', queste le tue parole mentre le lacrime incorniciavano il tuo viso, ricordi?
Non mi sono mai separato da quel ciondolo d'argento, mai.
Ma tu non porti più l'anello. Non che mi aspettassi il contrario, però vederti senza di esso mi ha... fatto male, come del resto molte altre delle cose che sono accadute.
Eri andata a Parigi a visitare alcuni parenti prima delle festività, era il dicembre del MMII. Una tempesta di neve di inusitata violenza e durata aveva completamente bloccato tutti gli aerei a terra, metà degli aeroporti francesi era nel caos.
Quel Solstizio d'Inverno era il primo che non trascorrevamo insieme da quando ci eravamo conosciuti: sapendo infatti quanto fosse triste per me quel giorno, mi avevi giurato che non sarei mai più stato solo, che lo avresti passato con me per tutta la tua vita. Al telefono piangevi come fosse stata colpa tua, nonostante io cercassi di tranquillizzarti in ogni modo: ‘sto bene, non è colpa tua, ma della tempesta...' ti ripetevo, e poi ancora, ‘questo sarà il primo e l'unico Chelé, te lo giuro'. Come vedi alla fine fui io a rompere la promessa...
Trascorremmo ore al telefono, con la linea che andava e veniva, mentre metà della mia servitù era impegnata a cercare un qualsiasi mezzo di trasporto che accettasse di portarmi in Francia. Ci eravamo appena salutati per la centesima volta quando Sir Richard entrò nel mio studio, chiusi la comunicazione ignaro che quelle sarebbero state le ultime parole che ci saremmo scambiati.
In queste righe non ho quasi mai nominato Sir Richard, nonostante tu sappia perfettamente cosa fosse lui per me: era il mio maestro, il mio mentore, quanto di più vicino vi fosse ad un padre.
Non riuscivamo a capire il motivo per cui fosse contrario al nostro matrimonio, in fondo non aveva mai palesemente osteggiato la nostra relazione... beata ignoranza.
Come forse sai già, quella fu la notte del mio Abbraccio. Che macabra ironia... morire nel Solstizio d'Inverno, come già i miei genitori tanti anni prima.
Sir Richard quella notte mi chiese di seguirlo, non era una cosa inusuale che mi chiedesse di uscire durante una tempesta, era per ‘intravedere l'incommensurabile forza di Dio' diceva.
Quando giungemmo alle scogliere capii che ciò che doveva dirmi era davvero importante: il mare sembrava ribollire, la tormenta gelida spazzava le rocce e l'aria era colma di nevischio, il frastuono mi rendeva difficile comprendere le sue parole. Lui se ne stava vicinissimo al margine, quasi che la furia degli elementi lo sfiorasse appena, quando si girò verso di me mi parve di vedere un lampo nei suoi occhi: "Questo non è che un barlume della forza con cui Dio ha maledetto Caino! Vi sono cose al mondo, Cäedric, che neppure immagini... forze che si combattono dall'alba dei tempi per decidere le sorti del Fato stesso. Dio mi ha scelto per combattere Cäed, ed io ho scelto te".
Morii, la notte del Solstizio, nel luogo in cui ti conobbi. Tuttavia perdurai...
Non ho idea di quanto tempo trascorse prima che mi ridestassi dilaniato da tormenti atroci, ardendo di una sete terribile e bestiale, quasi che di me non fosse restato altro che l'istinto primordiale.
Ho ricordi confusi di Sir Richard che si occupava di me, mi faceva bere da diversi calici una sostanza che invece di recarmi sollievo pareva dilaniarmi ancor più le viscere. Scivolavo continuamente nell'incoscienza, ed in quello stato feci per la prima volta esperienza degli incubi tremendi che non mi avrebbero abbandonato mai più. In essi ti perdevo, sempre, inesorabilmente... senza speranza.
Poi finalmente, il dolore iniziò a scemare quando da uno di quei calici bevvi l'ambrosia.
Udii vagamente il grido di trionfo del mio maestro e solo in seguito capii a cosa era dovuto: se non avesse trovato la giusta vitae per me, io sarei andato inesorabilmente incontro alla morte ultima.
A volte mi domando se non sarebbe stato meglio così.
Nei mesi successivi mi ristabilii solo per scoprire di essere segregato da qualche parte in Scozia, per scoprire di essere diventato un mostro condannato all'immortalità, per scoprire che l'uomo che veneravo mi aveva strappato all'amore della mia vita, a te, come era stata sua intenzione sin dall'inizio.
Mi ribellai, lo odiai, ma fu inutile, esattamente come nei miei incubi.
Aveva messo a rischio ogni cosa, mi disse una notte, per rendermi un essere superiore destinato a grandi cose, in un mondo che potevo solo immaginare. Continuò dicendomi che avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di non vedermi gettare tutto al vento, avrebbe rimosso qualsiasi ostacolo si frapponesse tra me e il destino, tra me ed il Clan.
Ventrue, i Sangue Blu.
Continuò dicendomi che il Clan, a cui volente o nolente ormai appartenevo, aveva molti nemici, e di come tu saresti stata un bersaglio ideale ed indifeso. Io non sarei stato neppure lontanamente in grado di proteggerti dai pericoli del mondo di tenebra, così lo chiamava, e sottolineava le sue parole inchiodandomi a terra con un piede saldamente piantato tra le scapole, riverso nel mio stesso sangue.
Notte dopo notte mi abbatteva, letteralmente, senza il minimo sforzo. Non credevo di poter sopportare un tale dolore.
Poi mi parlò della Bestia, del mostro che sapevo, no... che sentivo esistere dentro di me. Disse che essa avrebbe cercato per l'eternità di prendere il sopravvento, di vincere il mio controllo e liberarsi... disse che qualora essa vi fosse riuscita, avrebbe obbedito esclusivamente alla sete di sangue, distruggendo ogni cosa, distorcendo ogni mio desiderio in funzione della frenesia... disse che, proprio perché il mio desiderio di te era così grande, la Bestia in me ti avrebbe fatta a pezzi.
Sai anche tu che è la verità, così come lo sapevo io allora...
L'Agogè, il mio addestramento all'immortalità, iniziò quella notte.
Trascorsi mesi e mesi confinato nel nord della Scozia, in un piccolo castello arroccato tra le montagne, sotto la continua sorveglianza di Sir Richard, il quale mi iniziò ai segreti della progenie di Caino.
Sarebbe stato molto stimolante, non fosse che mi era odioso ogni passo in quella direzione, ogni passo che inesorabilmente mi allontanava da te, dalla mia Verità.
I miei pensieri non ti lasciavano mai... mi era stato vietato di vederti, di parlarti, persino di scriverti. Era insostenibile, ad ogni istante mi chiedevo dove fossi, cosa stessi facendo... mi mancava la tua presenza, la tua voce, il tuo calore, desideravo disperatamente ogni cosa di te al punto che credevo sarei impazzito.
Come poteva Sir Richard pretendere che ti dimenticassi semplicemente, lasciandoti senza neppure una parola, una dannata spiegazione?! Io dovevo tornare da te, ad ogni costo... ‘io tornerò sempre da te', te lo avevo giurato.
Probabilmente ti starai chiedendo perché non l'abbia fatto, perché durante i quattro anni, sette mesi e dodici giorni che precedettero il nostro inaspettato incontro al supermercato sulla tredicesima, io non ti abbia cercata.
Cercherò di spiegartene la ragione, ma sappi che non mi aspetto comprensione. Visto come sono andate le cose, ogni mia intenzione è stata disattesa...
Tentai di fuggire per ben cinque volte, inutilmente: Sir Richard mi riprese prima che potessi mettere un solo piede fuori dalla proprietà.
Egli infine mi rinchiuse in una segreta, senza dire una sola parola, e lì mi lasciò.
Ogni notte veniva alla porta della mia cella, senza entrare e senza mai neppure aprirla. Aspettava. Aspettava che la Bestia ricomparisse spinta dalla sete, ma quando lo compresi era decisamente troppo tardi, erano già trascorse nove notti.
Ricordo mi lanciai più volte verso la pesante porta di quercia, un tentativo disperato di liberarmi e calmare in qualche modo la sete prima di cedere del tutto.
Purtroppo credo che tu sappia di cosa sto parlando, di cosa significhi sentire di perdere inesorabilmente il controllo, di cedere ad un mostro...
A terrorizzarmi era una paura a cui non osavo dare forma, neppure col pensiero... la paura che il Maestro non si sarebbe fermato di fronte a nulla pur di rendermi ciò che voleva, che io non sarei riuscito a fermarmi...
La decima notte la mia coscienza si destò solamente per pochi istanti prima che la Bestia spezzasse l'ultimo anello che la teneva prigioniera.
Rinvenni e fu come destarsi in un incubo: un fortissimo odore di sangue permeava la cella, quando aprii gli occhi vidi sangue sulla parete di fronte a me, vi erano schizzi persino sul soffitto ed il pavimento ai miei piedi me ne parve intriso. Mi portai le mani al volto solo per vederle anch'esse cremisi, lorde di sangue che sapevo non essere il mio.
Il terrore era una morsa oramai, non volevo girarmi, non volevo vedere ciò che aveva fatto la Bestia, ciò che io avevo fatto.
Infine mi voltai, lentamente: sul pavimento vi erano numerose piccole pozzanghere color rubino e le pareti erano segnate da sinistri archi sanguigni, ma a catturare le mia attenzione fu soprattutto la porta. Su di essa vi erano evidenti segni di lotta e, nel sangue, le impronte.
Era ai piedi della porta... ciò che il mio sguardo aveva sino ad allora evitato di proposito, ma che sapevo essere lì.
Lo vidi infine, seguendo l'ombra traditrice lasciata dal segno di una vita che si era spenta, tentando disperatamente di fuggire la propria sorte: un corpo riverso in posizione scomposta, piegato in modo innaturale in molti sue parti e mancante di altrettante, interamente ricoperto di sangue.
Il viso era a terra e da dove mi trovavo potei a malapena distinguerne il colore dei capelli: erano corvini.
Puoi immaginare cosa provai in quel momento? Mi parve di procedere al rallentatore, come fossi sotto la superficie dell'acqua, mentre un incessante ronzio nelle orecchie mi rendeva difficile pensare: un passo alla volta mi avvicinai, caddi in ginocchio e allungai una mano esitante verso ciò che restava della spalla, una leggera pressione e il corpo si girò quel tanto da rendere visibili gli squarci sul petto e sul ventre.
Per alcuni lunghissimi istanti non osai guardare il viso.
Quando lo feci udii gridare... e nel volgere di un momento compresi il significato dell'angoscia assoluta, dell'autentica disperazione...
Compresi tutto questo mentre ascoltavo l'eco delle mie urla scemare lentamente...
Non eri tu. Ma il messaggio era chiaro.
Avevo ucciso... no, massacrato una ragazza innocente in preda alla frenesia. E al suo posto poteva esserci la donna che amavo sopra ogni cosa...
Sir Richard comparve al mio fianco... avrei dovuto odiarlo... di certo l'avrei fatto se non mi fossi sentito così assolutamente svuotato, come se il mio io, il mio essere umano stesse scemando lentamente come l'eco delle mie grida...
Mi disse che gli dispiaceva, che per lui ero un figlio, che non gli avevo dato altra scelta, che avrei dovuto lasciarti andare... lasciare che proseguissi la tua vita lontana da questo mondo di tenebre e sangue, per proteggerti... soprattutto da me stesso, ‘se tanto dunque la ami, sii degno di tale amore e proteggila lasciandola andare...'.
E' ciò che feci. Abbandonai l'idea di tornare da te, perché ero un mostro, un demone che avrebbe finito col trascinare anche te all'inferno...
Io volevo disperatamente proteggerti Rochelle, quello mi parve l'unico modo per farlo... sbagliavo naturalmente, ora è evidente come sia stato tutto inutile.
Una notte partii e Sir Richard non si oppose. Io avevo... bisogno di vederti, dovevo salutarti, sfiorarti per l'ultima volta... giunsi da te la notte di Beltaine, quella che sarebbe dovuta essere la nostra prima notte di nozze, l'inizio di un sogno che sarebbe rimasto eternamente tale.
Dormivi, ma non di un sonno ristoratore, tremavi, il viso rigato da lacrime che mi trafissero il petto come lance acuminate... Dio quanto avrei voluto destarti, strapparti al dolore e stringerti a me per sempre...
Ma non potevo. Non potevo rischiare di farti del male o di metterti in pericolo, non potevo rischiare di dannare la tua esistenza com'era oramai dannata la mia. Era necessario che ti dicessi addio, dovevo.
Ti accarezzai il viso facendo attenzione a non svegliarti, fui codardo lo so, ma se ti fossi svegliata non sarei riuscito ad andarmene, non ce l'avrei mai fatta.
Implorai il tuo perdono per tutto ciò che poteva essere, ma non sarebbe mai stato. Forse fu un'illusione, ma paresti calmarti: cessasti di tremare mentre io indugiavo nell'accarezzarti il viso, asciugando le lacrime che lo solcavano.
Così dolce, così bella... la regina del cuore che non avrei più dovuto avere. Ti baciai, soffocato dall'angoscia e dalla nostalgia soverchiante, sussurrando per l'ultima volta il mio amore a te che non potevi sentirmi.
Una lacrima cremisi cadde sul tuo guanciale, mentre altre minacciavano a breve di seguirla. Dovevo andarmene e così feci, senza voltarmi indietro. Ma ti udii ugualmente... invocasti nel sonno il mio nome. Crollai e piansi tutte le lacrime che mai versai in vita.
Tu eri il sole, ma io ti avevo persa nella notte eterna.
Così facendo però ti avrei salvata. Questa era la speranza cui mi attaccavo con tutte le mie forze, la sola possibile redenzione per il mio peccato immondo...
Fallace speranza, neint'altro che mera illusione.
Riesci ad immaginare la totale disperazione, la più oscura e totalizzante assenza di speranza, in cui precipitai in un istante rivedendoti dopo tutto il tempo trascorso, dannata, esattamente come me?!
Tutto ciò che avevo fatto era stato inutile! Vano, senza alcun senso!
Tutto ciò che non doveva accadere, tutto ciò che volevo evitare ad ogni costo... era successo.
Ancora non sapevo come, dove, quando o chi, sapevo soltanto di avere fallito: non ti avevo protetta, ed ora eri dannata, come me.
Perché...
Frederic Walker Von Croy.
Il tuo Sire, ricercato sulla lista rossa, sabbatita, in più di un modo avversario della mia linea di sangue, tutto questo e altro ancora... per me non è altro che il cane che ti ha dannata alla maledizione di Caino, l'essere che per questo desidero cancellare.
Che cosa ti ha detto per plagiarti? Quali menzogne ha usato, quali verità ha distorto? Come ti ha convinta che la sua eresia valesse la maledizione eterna?! L'odio che ho per lui è infinito.
Come l'amore che ho per te.
La notte in cui venisti catturata, ti ho vista insieme con il branco, soffrendo i tormenti dei sette peccati... La gelosia, l'ira e l'odio, tanto per Von Croy come per me, mi attanagliavano.
Egli mi chiese di passare al Sabbat, tu mi tendesti la mano.
Henry pensava ch'io intendessi farlo, ma in realtà io non pensavo al Sabbat... vedevo te illuminata d'argento a pochi passi da me, e volevo soltanto prenderti per mano, toccarti ancora una volta.
Camarilla, Sabbat, il destino del mondo, non avevano alcuna importanza per me in quel momento. Sono davvero uno sciocco non credi?
Caddi in frenesia, cedetti alla Bestia semplicemente perché volevo più forza, più potere per liberarmi dai tentacoli d'ombra e proteggerti da chiunque. Ma non sarebbe andata così, la Bestia avrebbe distorto i miei desideri. Così, nell'ultimo barlume di lucidità gridai ad Henry di scagliarmi contro Von Croy, che la Bestia si sfogasse su di lui.
Non ricordo nulla di ciò che accadde poi, naturalmente non ero stato in grado nemmeno di consumare la mia vendetta, finito nell'abisso ne ero uscito per miracolo...
E tu eri catturata.
Venni persino festeggiato per questo. Festeggiato per la mia incapacità a proteggere la mia Verità, a concludere la mia vendetta. Che macabra ironia...
Quando venni da te in prigione ero più morto che vivo, a causa di un amarantus quasi riuscito, ma nulla fu più atroce che vederti in catene. Faticai a controllarmi, ma non potevo tradire i miei reali pensieri, non sapevo ancora come, ma ti avrei tirata fuori di lì.
Le cose che mi dicesti in quell'occasione furono come pugnali infuocati piantati nel cuore: non sapevo che avessi tentato il suicidio, non sapevo nulla, ogni mia fonte affermava che tu fossi sana e salva in Francia... inganni e menzogne, a cui volevo credere.
Come forse sai, mi è stata imposta l'ordalia. Dovrò essere io ad infliggerti la morte ultima.
Una cosa che non farò mai.
Ma continuerò ad arrogarmene il ‘diritto', fingendo finchè mi sarà possibile. Ucciderò Von Croy, o morirò nel farlo, ma non te, mai.
E come potrei quando la magia che permeava ogni istante che passavamo insieme era così potente da... risplendere? Brillare come nessuna stella brillò mai. E' la Verità, e tu lo sai.
Chiunque affermi il contrario mente sapendo di farlo. Qualsiasi cosa possano averti detta, Rochelle ti prego, ricorda ciò che è stato, le giornate d'inverno trascorse abbracciati ad osservare i riflessi del fuoco nel camino, le notti passate ad ammirare le stelle, i giorni lontani l'uno dall'altra che, strazianti, parevano non finire mai...
Ogni cosa che è stata era reale. Molto più di quanto non lo sia la mia esistenza ora...
La mia vita ti è sempre appartenuta, il mio cuore e la mia anima con essa.
A te appartiene anche la mia eternità, uccidere o morire non fa differenza.
Dio... sono un folle che dispera oramai il perdono, nient'altro che questo.
Ti amo Chelé... per sempre...
C.
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