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Il frangersi continuo della marea sugli scogli, le onde della risacca, il soffio del vento dal mare, sulle rocce, nei boschi...
Questi sono i suoni uditi dai miei antenati, al momento della nascita e al momento della morte.
E' sempre stato così.
Fu così anche nel mio caso.
Non sono mai stato molto bravo ad aprirmi con gli altri e non ebbi mai la necessità di diventarlo, chiedo perciò venia a quanti di Voi, leggendo la presente, dovessero ritenersi insoddisfatti.
Credetemi è più di quanto chiunque, tranne forse due sole eccezioni, abbia mai ottenuto da me.
Inizierò quindi col presentarmi.
Il mio nome è Cäedric Allen Aston, ma per la maggior parte della mia vita sono stato Lord Aston, XVIII° Duca di Cornovaglia, Pari della Corona, l'ultimo discendente di un casato antico di mille anni, l'erede, il Lord.
Con ciò intendo dire che dall'età di cinque anni, dal momento cioè in cui assursi al titolo di Duca, nessuno (anche in questo caso con due sole eccezioni) si è più rivolto a me chiamandomi Cäedric. Ma questo al momento non ha importanza, piuttosto lasciate che proceda con ordine.
The child without a name grew up to be the hand
To watch you, to shield you or kill on demand
The choice he'd made he could not comprehend
His blood a grim secret they had to command (1)
Le circostanze della mia nascita furono particolari e non mancò chi le definì come una sorta di presagio di sventura.
Questo non soltanto perchè giunsi con quasi un mese di ritardo, il trentunesimo giorno del mese di ottobre dell'anno Domini 1978, la notte di Semhain quando, secondo la leggenda, la barriera tra il nostro mondo e quello degli spiriti si fa più sottile. Non soltanto perché giunsi al termine di un travaglio che fu per mia madre talmente arduo da precluderle la possibilità di avere altri figli, ma perché nel momento in cui aprii gli occhi per la prima volta fu chiaro a tutti che avrei avuto le iridi dorate.
Nella mia terra gli occhi dorati sono considerati il marchio delle fate, o dei demoni se preferite; in ogni caso sono per lo meno visti con sospetto in una comunità che si è sempre vantata del proprio legame con le sue tradizioni.
Comunque, che il mio destino fosse segnato dalla nascita è qualcosa su cui nessuno ha mai nutrito alcun dubbio.
Certamente non i miei genitori, che si premurarono immediatamente affinché ricevessi l'educazione adeguata al mio rango: all'età di quattro anni sapevo parlare, leggere e scrivere correttamente sia l'inglese che il francese, mentre già apprendevo i rudimenti del latino e delle altre scienze umane.
Non ho certo bisogno di vantare le abilità più disparate, né è mia intenzione farlo. E' pur vero, tuttavia, che la sete di conoscenza è qualcosa con cui sono nato e che non mi ha mai abbandonato; essa, al contrario, si è connotata sempre di più col passare del tempo come una delle ragioni stesse della mia esistenza.
Quasi ch'io fossi una sorta di Gwydyon redivivo (un'antica divinità celta della luce: di lui si diceva fosse mago dai poteri straordinari, bardo impareggiabile, ma soprattutto sapiente quanto mai avido di conoscenza. Anch'egli aveva occhi dorati..) ebbi, sin dalla più tenera età, un gran numero di precettori il cui compito era istruirmi sullo scibile umano.
Nulla in quei miei primi anni di vita avrebbe potuto darmi più gioia, se non forse una maggiore presenza dei miei genitori, comprensibile essendo io un bambino.
Tuttavia, le responsabilità cui dovevano ottemperare non permettevano loro di trascorrere molto tempo in mia compagnia. Era un sacrificio necessario, il primo di una lunga serie.
Mio padre, Lord Edward Albert Aston, era un uomo imponente: ricordo come bastasse la sua sola presenza in una stanza per annullare completamente tutte le altre. Egli compì egregiamente il suo dovere di Duca e Pari della Corona, tanto alla Camera dei Lords, quanto nell'esercito imperiale in cui servì quale Generale Comandante delle squadre speciali di soccorso: di lui si diceva fosse un medico straordinario.
Mia madre, alla quale devo gran parte del mio sembiante, si chiamava Marlene Arianne Schezar-Aston. Lei apparteneva al ramo bretone del casato di Aston, pertanto era una lontana cugina di mio padre: una consuetudine piuttosto comune nei casati nobiliari al fine di mantenere puro il lignaggio.
Di lei ricordo ogni cosa: dolce e altera al contempo, bellissima e terribile come la mattina e la notte, i suoi capelli erano una cascata d'oro, mentre i suoi occhi riflettevano il cielo. Adoravo la sua voce e trascorrevo ore ad ascoltarne incantato i racconti.
Erano in molti a dire che lei fosse pazza. E forse era così, per lo meno dal punto di vista di quanti considerano le antiche tradizioni come sciocche favole: mia madre invece le onorava, coltivandone l'antica sapienza affinché non andasse perduta.
Una follia nel mondo moderno.
"Tutti gli Dei sono un unico Dio e tutte le Dee un'unica Dea, quale che sia il nome con cui ti rivolgi a loro, mantieni sempre aperto il tuo spirito Cäedric e non curarti mai degli sciocchi, non sono degni neppure d'un solo sguardo. Guarda", così dicendo mi voltava verso lo specchio che aveva voluto fosse sistemato fuori del castello, nei suoi giardini favoriti, "non nasconderti mai da ciò che sei, apri gli occhi: tu sei la luce figlio mio e per questo dovrai essere più forte, più consapevole".
Nello specchio eravamo soltanto io e lei, una profusione dorata resa ancor più brillante dalla luce catturata e riflessa su di noi. Con una carezza soleva scostarmi i capelli affinché potessi vedere chiaramente il riflesso dei miei occhi, "Non nasconderti, lascia che siano gli spiriti deboli ad infrangersi sotto il tuo sguardo come le onde sugli scogli. Sii forte ed inesorabile come il ghiaccio, sii distante e assoluto come il cielo, abbi il coraggio e la fermezza di essere ciò che sei destinato a diventare. Il resto è nulla, meno degno di considerazione di un grano di polvere".
Era come osservare da una finestra qualcosa di altro, somigliante eppur dissimile dal mondo conosciuto: una finestra incorniciata dai fiori, accarezzata dalla pioggia, baciata dal sole e dal vento.
"Sarà difficile Cäed, molti saranno coloro che non capiranno e ancora di più le avversità da affrontare. Ci saranno momenti in cui crederai di non farcela più...", a questo punto un velo di tristezza calava sui suoi occhi, tanto che sempre mi chiedevo se non stesse parlando di sè stessa. Ma durava solo qualche istante, subito il suo sguardo brillava di nuovo ed il suo abbraccio si faceva più stretto.
Erano quelli i momenti in cui lo avvertivo più chiaramente: da mia madre emanava una sensazione tangibile di potere. In lei ardeva una convinzione talmente forte da essere al limite della profezia: "Ma tu sarai più forte bambino mio, la tua volontà saprà forgiare l'incanto infrangendo ogni ostacolo. So che lo farai, perchè tu sei la luce Cäed e niente potrà spezzarti, mai."
Più volte nel corso del tempo mi sono chiesto se mia madre in qualche modo sapesse. Se realmente non fosse pazza, ma al contrario vedesse oltre ciò che è dato scorgere ai mortali.
Non sono mai giunto a darmi una risposta, ma di certo le sue parole hanno inciso un solco profondo nel mio spirito: ai miei occhi, una dea non avrebbe potuto essere diversa da lei.
I miei genitori morirono entrambi in un incidente aereo sull'Oceano Atlantico, appena in vista della costa britannica, era il Solstizio d'inverno dell'a.D. 1983.
Quel giorno io divenni Lord e assursi al titolo di Duca.
Da quel giorno iniziai ad essere chiamato solamente Sua Signoria Lord Aston.
Sempre da quel giorno io iniziai a smettere di parlare.
Non fraintendetemi, non fu per lo shock: conoscevo il significato della morte, Seneca e Platone (che all'epoca erano tra le mie letture favorite) ne avevano trattato in molte loro opere, inoltre mia madre ne parlava spesso. Era qualcosa di naturale, un mutamento, una transizione che stabiliva il compimento dell'esistenza in quella forma, temere la morte non aveva alcun senso giacché la natura di tutte le cose era nelle mani di Dio.
Di quei momenti ricordo come un'ira sorda e profonda mi consumasse, qualunque cosa facessi non riuscivo a sfogarla: piangere, gridare, sfinirmi in qualsiasi modo era perfettamente inutile.
L'ira era sempre lì, opprimente, bruciante.
Così decisi che non potendo eliminarla, l'avrei soffocata, imbrigliandola il più possibile con la mera volontà e, nonostante tutto, vi riuscii.
Fu arduo, ma non avevo scelta dato che non potevo contare su altro che sulle mie forze: non avevo alcun parente in vita, e nessuno che fosse nella condizione di rivendicare alcuna autorità sulla mia persona. Ero solo e dovetti farvi fronte.
Mi immersi con ancor maggiore impegno negli studi, mentre l'amministrazione dei beni e delle attività del casato veniva eseguita secondo le rigide disposizioni testamentarie dei miei genitori.
Gradualmente assunsi le responsabilità che erano state di mio padre, una fatica estenuante per il bambino che ero.
Parlare sarebbe stato... troppo, temevo di aprire una breccia che non sarei stato in grado di richiudere. Quindi cessai di farlo.
I miei servitori più stretti pensarono allo shock, altri all'eredità di una madre pazza, alcuni persino ad una maledizione gravante su di me, il marchio delle fate, gli occhi dorati. Tutti comunque finirono con l'adattarsi, volenti o nolenti: io ero il Duca, la mia volontà non andava discussa in nessun caso.
Che fossi un bambino di appena cinque anni pareva l'avessero dimenticato.
Le mezze parole, i discorsi sussurrati alle mie spalle e le occhiate cariche di superstizioso timore non cessarono. Finii così per isolarmi ancora di più, la compagnia dei libri era decisamente preferibile a quella degli esseri umani: nessun libro mi avrebbe mai giudicato né tanto meno guardato con timore, inoltre i libri non si aspettavano certo ch'io parlassi.
Avevo otto anni quando la mia vita cambiò radicalmente.
Dopo più di tre anni di silenzio, non sentivo neppure il bisogno occasionale di parlare, al contrario avevo sviluppato un modo molto efficace di comunicare mediante pochi gesti e soprattutto lo sguardo, i miei occhi dorati che tutti temevano... persone semplici e sciocche, tanto assorte nelle loro misere esistenze da essere degne di commiserazione e null'altro.
Una constatazione, questa, di cui però divenni consapevole solo in seguito.
All'epoca iniziavo invece a domandarmi se non avessero ragione, se non vi fosse un fondo di verità nelle loro parole, se davvero non fossi io a portare sventura, i miei genitori dopotutto erano morti...
Iniziavo a cedere.
Preda di tali pensieri solevo spesso allontanarmi dal castello, sino a giungere alle scogliere.
Lì mi fermavo, spesso per intere giornate, ad osservare le onde infrangersi parecchi metri sotto di me. Nessuno veniva mai a disturbarmi, avevo infatti dato rigide disposizioni al riguardo, per cui la solitudine di quel luogo era pressoché assoluta. O quasi.
Era primavera inoltrata, un luminoso pomeriggio di maggio, quando la incontrai.
Ero alle scogliere e come sempre osservavo il mare: il cielo quel giorno era chiaro e luminoso, tanto che non potevo non paragonarne il colore agli occhi di mia madre, il profumo dei fiori si mischiava alla brezza marina, il silenzio era rotto solo dalle onde e dalle grida dei gabbiani.
Ad un tratto udii distintamente una risata, ma quando sorpreso mi voltai non vidi nessuno... all'inizio. Con la coda dell'occhio notai infatti un movimento fra i cespugli alla mia sinistra; sentivo di non essere in pericolo, quindi ritornai ad osservare il mare ignorando l'intrusione e sperando che il disturbatore mi lasciasse in pace. Ma i suoi piani dovevano essere diversi, giacché udii ancora una risata seguita dal fruscio dei rami: stava uscendo allo scoperto.
Mi stavo arrabbiando davvero, nessuno doveva permettersi di disturbarmi, per cui mi accinsi a dissuadere l'intruso con l'espressione più truce che potevo assumere.
Stavo appena inarcando le sopracciglia quando me lo trovai davanti; ero ancora seduto per cui dovetti alzare la testa per vedere in faccia il disturbatore.
Aveva il sole alle spalle, quindi impiegai qualche istante a distinguerne i tratti: era una bambina, circa della mia stessa età, non la conoscevo.
"Ciao! Come ti chiami?", l'accento con cui parlava ricordava il francese, inoltre mancava evidentemente di buona creanza avendo invaso il mio spazio senza neppure presentarsi.
Mi alzai con tutta l'intenzione di scacciarla, ma feci appena in tempo a notare, con una certa soddisfazione, di essere più alto di qualche centimetro, quando lei parlò di nuovo: "Che meraviglia! Hai degli occhi bellissimi lo sai? Non avevo mai visto degli occhi d'oro!".
Mi bloccai.
So che può sembrare una reazione stupida ed esagerata, ma era la prima volta dalla morte dei miei genitori che qualcuno non temeva il colore dei miei occhi, che qualcuno non fosse minimamente intimorito da me.
"Perché non parli? Non ci riesci?", altre domande che mi colsero di sorpresa, scossi lentamente il capo.
L'espressione di quella strana bambina si rabbuiò per un istante, ma poco dopo si dischiuse nuovamente in un sorriso: "Per questo eri così triste prima? Ma non devi preoccuparti, se vuoi ti aiuto io! Ti va di diventare amici?", così dicendo mi prese la mano mimando una plateale ed esagerata stretta di mano. Io ero troppo stupito per protestare, quindi la lasciai fare.
"Io mi chiamo Rochelle, e quando riusciremo a farti parlare tu mi dirai il tuo nome!".
Per settimane e settimane, ogni giorno Rochelle mi raggiungeva alle scogliere senza che io le dessi il minimo segno di gradire la sua compagnia. Parlava continuamente di qualsiasi argomento: venni così a sapere che era la figlia un viticultore francese trasferitosi nella tenuta confinante con le mie terre, che il ciondolo della ruota che portava sempre al collo apparteneva a sua madre, morta quando lei era piccola, che suonava il violino ed era una grande appassionata di leggende, e molto altro ancora...
Era sempre allegra e faceva letteralmente di tutto per rendere i suoi monologhi quanto più possibile simili ad una vera conversazione. Spesso mi portava anche dei regali, fiori per lo più (era pur sempre una ragazza), o dei dolci che mangiavamo insieme (e quelli erano i soli momenti in cui restava in silenzio), finché iniziai ad apprezzare le sue attenzioni.
Non ricordo con precisione quando accadde, so solo che un giorno mi accorsi di aspettarla.
Fu qualcosa di assolutamente improvviso, una consapevolezza che provocò in me reazioni ambivalenti e confuse: tra di esse spiccava il timore che lei non venisse più a cercarmi.
Il timore in pochi istanti divenne agitazione, che a sua volta mutò in agonia nel volgere di un attimo; era stupido ed irrazionale, ma non potevo farci nulla.
Stavo per andare a cercarla quando udii un rumore di passi in corsa su per il sentiero, di lì a poco giunse Rochelle: aveva il respiro corto e le guance accese per la corsa, alcune ciocche corvine erano sfuggite ai fermagli e le davano un'aria vagamente selvaggia, gli occhi grigi che brillavano come il suo sorriso. Pensai che fosse bellissima.
Dovevo essere avvampato per l'imbarazzo, ma se lei se ne accorse non lo diede a vedere: "Ciao! Mi dispiace di essere arrivata tardi, ma mio padre non voleva saperne di lasciarmi andare prima di aver riordinato tutta la mia stanza! Così ho dovuto fare una corsa e...". Non sentii ciò che disse poi, ero troppo preso dal fare i conti con quello che stava accadendo dentro di me.
Dopo poco la guardai negli occhi e non so come lei capì, tacque.
Non credevo sarebbe stato tanto difficile, era come se la gola mi si fosse serrata ed i suoni si rifiutassero di obbedire alla mia volontà, tanto che ciò che uscì dalle mie labbra somigliava più ad un raschiare rauco che ad una parola...
"Cc..Caa.. Cäed".
L'ira che mi consumava, l'ira che temevo di non poter controllare, era svanita come l'ultima neve al sole di primavera.
Nei mesi che seguirono ricominciai lentamente a parlare, ma soltanto con Rochelle: sarebbe trascorso quasi una anno prima che qualcun altro mi udisse farlo.
Inutile Vi dica che ne ero totalmente innamorato (sebbene all'epoca non ne fossi pienamente cosciente): Rochelle De La Roche divenne ben presto tutto ciò che potevo desiderare, la somma di tutto quanto consideravo non solo importante, ma vitale per la mia stessa esistenza.
Per me il sole sorgeva e tramontava nei suoi occhi... Chelè era l'altra metà della mia anima.
Ma poi... venni privato del sole. Le voltai le spalle. Dovetti.
E quella notte morii in più di un modo.
He's torn between his honor and the true love of his life
He prayed for both but was denied (1)
Tutto iniziò con il secondo cambiamento radicale della mia vita.
Avevo da poco compiuto i dieci anni, quando un uomo giunse al castello affermando di essere il mio nuovo istitutore.
Si presentò come Sir Richard Henry Croft, Cavaliere dell'Ordine di San Giorgio, Barone di Conwy.
Nessuno mise minimamente in dubbio le sue parole, di certo non lo feci io: intorno alla sua persona vi era come un'aura di maestà, pareva un cavaliere antico uscito dai racconti che adoravo.
La sua figura era imponente, la postura fiera di chi è abituato a comandare, cipiglio aristocratico: ogni suo gesto emanava autorità. I suoi occhi, scuri e penetranti, brillavano di una luce sconosciuta e misteriosa che mi avvinse sin dal principio.
Mi sorpresi a paragonalo al ricordo di mio padre.
Provo quasi rimorso oggi nell'ammettere che pensando a mio padre, è a Sir Richard che si volgono i miei pensieri. Egli mi insegnò gran parte di ciò che so, a lui devo ciò che sono oltre a ciò che sono diventato.
Fu un istitutore severo ed inflessibile, da me non esigeva niente meno della perfezione; attraverso prove continue di ogni genere temprò il mio carattere favorendo al contempo le mie inclinazioni, ad esempio insegnandomi ad usare tutti i tipi di spade con letale accuratezza.
Il suo sapere mi pareva sconfinato, i suoi insegnamenti mi affascinavano ed i suoi racconti erano tali da togliermi il respiro.
Ma soprattutto Sir Richard si occupava di me in tutto, mi trattava da pari senza per questo dimenticare che ero un ragazzo: era la mia guida e la mia guardia, il mio maestro e mentore.
Decise di educarmi alle antiche usanze, sottoponendomi a prove fisiche e mentali d'ogni genere ed i suoi insegnamenti erano continui, non aveva importanza sotto quale forma si presentassero (dalla semplice discussione, alla lezione, alla partita di scacchi o al duello).
Giunsi a venerarlo.
I quattordici anni che seguirono il mio primo incontro con Sir Richard furono i più felici della mia vita: avevo di nuovo una famiglia, Rochelle e Sir Richard, le due persone più importanti della mia vita.
In occasione del nostro contemporaneo debutto in società, a sedici anni io e Chelé ci fidanzammo ufficialmente, una possibilità diversa non l'avevamo mai neppure presa in considerazione, tanto che quasi non ebbi bisogno di chiederglielo.
Era tutto così perfetto che non mi resi (o forse non volli rendermi) conto delle piccole anomalie presenti nel quadro della mia vita: Sir Richard mi raggiungeva sempre e solo dopo il tramonto, nonostante passassero gli anni pareva non invecchiare di un sol giorno, ma soprattutto non era affatto entusiasta della scelta di dividere la mia vita con Rochelle.
Diceva che i legami erano una debolezza: apprezzava lei, ma non che io mi legassi a lei.
Ora capisco il motivo per cui avrebbe desiderato la lasciassi, ma né adesso né allora Sir Richard ha mai compreso quanto fosse importante Rochelle per me. Il perché non posso né desidero dimenticare ed andare avanti... dubito che possa comprendere, ma oramai non ha più importanza non credete?
Era il Solstizio d'inverno dell'anno Domini 2002, una data ricorrente...
La data delle mie nozze era fissata per il maggio successivo, la mia felicità era stata infinita dal momento che Rochelle aveva accettato il mio anello quella notte sul London Bridge...
Ma improvvisamente tutto giunse al termine. La mia vita innanzitutto. Per mano dell'uomo che veneravo come fosse mio padre.
Morii come tutti i miei antenati prima di me, ascoltando le voci della risacca e del vento...
Morii, e tuttavia perdurai.
Non ho idea di quanto tempo trascorse prima che mi ridestassi dilaniato da tormenti atroci, ardendo di una sete terribile e bestiale, quasi che di me non fosse restato altro che l'istinto primordiale.
Ho ricordi confusi di Sir Richard che si occupava di me, mi faceva bere da diversi calici una sostanza che invece di recarmi sollievo pareva dilaniarmi ancor più le viscere. Scivolavo continuamente nell'incoscienza, ed in quello stato feci per la prima volta esperienza degli incubi tremendi che non mi avrebbero abbandonato mai più.
Poi finalmente, il dolore iniziò a scemare quando da uno di quei calici bevvi l'ambrosia.
Udii vagamente il grido di trionfo del mio maestro e solo in seguito capii a cosa era dovuto: se non avesse trovato la giusta vitae per me, io sarei andato inesorabilmente incontro alla morte ultima.
A volte mi domando se non sarebbe stato meglio così.
Nei mesi successivi mi ristabilii solo per scoprire di essere segregato da qualche parte in Scozia, per scoprire di essere diventato un mostro condannato all'immortalità, per scoprire che l'uomo che veneravo mi aveva strappato all'amore della mia vita, come era stata sua intenzione sin dall'inizio.
Oh, mi ribellai credetemi, di più lo odiai, ma i miei tentativi furono inutili contro colui che era davvero un cavaliere antico dotato di poteri sovrumani...
Aveva messo a rischio ogni cosa, mi disse una notte, per rendermi un essere superiore destinato a grandi cose, in un mondo che potevo solo immaginare. Continuò dicendomi che avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di non vedermi gettare tutto al vento, avrebbe rimosso qualsiasi ostacolo si frapponesse tra me e il destino, tra me ed il Clan.
Ventrue, i Sangue Blu.
Se per questo avesse dovuto tenermi alla catena come un cane rabbioso per anni, l'avrebbe fatto.
Se per questo avesse dovuto ricorrere a soluzioni estreme di altro genere, l'avrebbe fatto.
Continuò dicendomi che il Clan, a cui volente o nolente ormai appartenevo, aveva molti nemici, e di come lei sarebbe stata un bersaglio ideale ed indifeso: "La difenderesti tu? Ma non farmi ridere ragazzino, non riesci neppure ad alzarti!", e sottolineava le sue parole inchiodandomi a terra con un piede saldamente piantato tra le scapole, riverso nel mio stesso sangue.
Notte dopo notte mi abbatteva, letteralmente, senza il minimo sforzo. Non credevo di poter sopportare un tale dolore.
Ma l'argomento con cui infine mi vinse fu la Bestia.
"Ricorda la Bestia durante le tue prime notti Cäedric! Vuoi che te lo dica?? La vitae che cura la tua sete, il sangue che dà la vita viene da giovani donne poco sopra i vent'anni! Niente altro curerà mai la tua sete! La Bestia prenderà il sopravvento se le negherai il suo pasto e allora farà a pezzi tutto, farà a pezzi tutti! A partire dalla tua preziosa Rochelle!".
"Ciò che ti offro è la Via ragazzo! L'onore senza cui l'uomo e nulla! Meno degno di considerazione di un grano di polvere! Scegli Cäedric! Scegli adesso!".
Quale scelta fu mai la mia? La sola che considerai possibile.
"Sono orgoglioso di te figlio mio, mantieni salda la tua volontà, dimentica e va avanti: l'Agogé vera e propria inizia ora".
The curse of his powers tormented his life
Obeying the crown was a sinister price
His soul was tortured by love and by pain
He surely would flee but the oath made him stay (1)
E l'Agogè iniziò quella notte stessa.
Trascorsi mesi e mesi confinato nel nord della Scozia, in un piccolo castello arroccato tra le montagne, sotto la continua sorveglianza di Sir Richard, il quale mi iniziò ai segreti della progenie di Caino.
Compresi ben presto che l'educazione ch'egli mi aveva impartita sino ad allora altro non era che propedeutica alla mia iniziazione immortale.

Come anticamente nell'indomabile Sparta, fu come ricominciare ad imparare ogni cosa: come muoversi, come pensare, in che modo compiere ogni azione alla luce della mia nuova condizione.
Sarebbe stato molto stimolante, non fosse che mi era odioso ogni passo in quella direzione, ogni passo che inesorabilmente mi allontanava da Rochelle.
Lei che i miei pensieri non lasciavano mai... mi era stato vietato di vederla, di parlarle, persino di scriverle.
Come poteva Sir Richard pretendere che la dimenticassi semplicemente, lasciandola senza neppure una parola, una dannata spiegazione?!
Cinque volte tentai di fuggire, quattro volte Sir Richard mi riprese prima che potessi mettere un solo piede fuori dalla proprietà. Detestavo il modo in cui rendeva una lezione anche quei miei tentativi falliti: Rochelle non era un espediente per trarne insegnamenti! Io dovevo tornare da lei! Spiegarle il perché...
La quinta volta che mi riprese (perché lo fece, ne dubitavate forse?), il mio maestro mi chiuse in una segreta senza dire una parola, e lì mi lasciò.
Ogni notte veniva alla porta della mia cella, senza entrare e senza mai neppure aprirla. Aspettava. Aspettava che la Bestia ricomparisse spinta dalla sete, ma quando lo compresi era decisamente troppo tardi, erano già trascorse nove notti.
La sete mi torturava, mentre mantenere la lucidità diventava sempre più arduo: era una lotta continua e disperata contro un mostro ineluttabile, la Bestia dentro di me, che lentamente ed inesorabilmente spezzava ad una ad una le spire del mio controllo.
Ricordo mi lanciai più volte verso la pesante porta di quercia, un tentativo disperato di liberarmi e calmare in qualche modo la sete prima di cedere del tutto.
"Maestro vi prego!! Non fatemi questo!", ero terrorizzato come mai prima di allora: cedere alla Bestia, cedere alla frenesia, significa perdere ogni coscienza di sé, dimenticare il proprio io completamente. Può anche accadere di perderlo per sempre.
Tuttavia, per quanto agghiacciante, non era quello ciò che temevo maggiormente. Ricordo che non osavo neppure formularne il pensiero...
Sir Richard avrebbe fatto di tutto, avrebbe rimosso qualsiasi ostacolo per rendermi ciò che voleva... in un modo o nell'altro.
"Mi dispiace Cäedric, ma è necessario. Non mi lasci altra scelta...."
La decima notte la mia coscienza si destò solamente per pochi istanti prima che la Bestia spezzasse l'ultimo anello che la teneva prigioniera.
Quando ritornai in me mi ritrovai in uno dei miei incubi peggiori.
Prima ancora di aprire gli occhi iniziai a tremare: un fortissimo odore di sangue permeava la cella, ma io non ne ero minimamente affetto, la sete era sopita, il che significava inequivocabilmente che la Bestia aveva consumato il suo pasto.
Quando aprii gli occhi vidi sangue sulla parete di fronte a me, vi erano schizzi persino sul soffitto ed il pavimento ai miei piedi me ne parve intriso. Mi portai le mani al volto solo per vederle anch'esse cremisi, lorde di sangue che sapevo non essere il mio.
Non volevo girarmi, non volevo vedere ciò che aveva fatto la Bestia, ciò che io avevo fatto. Temevo di veder realizzata la mia paura più grande, la paura alla quale non osavo dare forma neppure col pensiero.
Infine mi voltai, lentamente: sul pavimento vi erano numerose piccole pozzanghere color rubino e le pareti erano segnate da sinistri archi sanguigni, ma a catturare le mia attenzione fu soprattutto la porta. Su di essa non vi era solamente sangue, ma segni di lotta: numerose piccole ammaccature, graffi ed incisioni che sarebbero forse passati inosservati ad un occhio mortale, ma che a me parvero solchi d'aratro, e le impronte.
Una di esse in particolare era più chiara ed evidente: a tre quarti dell'altezza della porta, vi era il segno ben definito di una mano destra; esso si trascinava verso il basso come se l'arto in questione fosse scivolato sul legno di quercia diminuendo via via la pressione su di esso, come se fosse nel frattempo diventato inerte.
Era ai piedi della porta... ciò che il mio sguardo aveva sino ad allora evitato di proposito, ma che sapevo essere lì.
Lo vidi infine, seguendo l'ombra traditrice lasciata dal segno di una vita che si era spenta, tentando disperatamente di fuggire la propria sorte: un corpo riverso in posizione scomposta, piegato in modo innaturale in molti sue parti e mancante di altrettante, interamente ricoperto di sangue.
Il viso era a terra e da dove mi trovavo potei a malapena distinguerne il colore dei capelli: erano corvini.
Fu come trovarsi all'improvviso sotto la superficie dell'acqua, isolato da tutto, in un mondo ovattato e traslucido, le membra pesanti come trattenute da insolita resistenza.
Mi parve di procedere al rallentatore, mentre un incessante ronzio nelle orecchie mi rendeva difficile pensare: un passo alla volta mi avvicinai, uno.. due.. tre.. quattro passi, caddi in ginocchio, allungai una mano esitante verso ciò che restava della spalla, una leggera pressione, il corpo si girò quel tanto da rendere visibili gli squarci sul petto e sul ventre.
Per alcuni lunghissimi istanti non osai guardare il viso.
Quando lo feci udii una voce gridare... e nel volgere di un momento compresi il significato dell'angoscia assoluta, della vera rabbia, dell'autentica disperazione.
Compresi tutto questo mentre ascoltavo l'eco delle mie urla scemare lentamente...
Non era Rochelle. Ma avrebbe potuto esserlo.
Avevo ucciso... no, massacrato una ragazza innocente in preda alla frenesia. E al suo posto poteva esserci la donna che amavo sopra ogni cosa...
Sir Richard comparve al mio fianco... avrei dovuto odiarlo... di certo l'avrei fatto se non mi fossi sentito così assolutamente svuotato, come se il mio io, il mio essere umano stesse scemando lentamente come l'eco delle mie grida...
"Mi dispiace Cäed, mi dispiace di aver dovuto ricorrere a questo. Ma non è Rochelle, non avrei mai potuto farti una cosa simile, credimi... tu sei più di un figlio per me e, che tu ci creda o meno, ho sofferto nel farti questo più di quanto immagini... ma era necessario ragazzo!".
Era in ginocchio accanto a me, mi prese il viso tra le mani, voltandomi verso di lui cosicché potesse guardarmi negli occhi: " Tu devi lasciarla andare Cäedric, lascia che prosegua la sua vita lontana da questo nostro mondo di tenebre e sangue. Pur non volendo, finiresti per metterla in pericolo, in più di un modo. Se tanto dunque la ami, sii degno di tale amore e proteggila lasciandola andare...".
Le discipline mentali del mio Clan sono note per la loro spaventosa efficacia, ed il mio mentore era un maestro nell'usarle. Ma con me non lo fece mai, neppure quella volta.
Quanto sarebbe più facile per me sopportare la maledizione di Caino, se solo potessi odiare veramente colui che ad essa mi condannò...
Non provai più a fuggire, né Sir Richard continuò a tenermi sotto sorveglianza. Nelle settimane che seguirono lasciò che riflettessi, da solo. Non mi chiese nulla, sospese gli insegnamenti, mi accordò libero accesso ovunque, tanto che avrei potuto persino andarmene... ma fece sempre in modo di essere dove io potessi trovarlo, quando ne avessi sentito il bisogno.
Una notte partii. Il mio maestro lo sapeva, ugualmente non si oppose.
Erano mesi oramai che non avevo notizie di lei e potevo solo appellarmi alla sorte, sperando di trovarla a casa, in Cornovaglia, ma sapendo altresì che sicuramente mi stava cercando a sua volta. Avrebbe potuto essere ovunque, a Londra, in Galles, persino in Scozia o in Francia; mentre io non avevo che pochissimo tempo per trovarla, prima che Sir Richard decidesse di essere stato troppo indulgente nei miei confronti.
La sorte mi fu amica molto più di quanto non credetti all'epoca: ero, infatti, quasi totalmente ignaro della miriade di insidie che si celano in queste ultime notti, dei pericoli mortali che minacciano i Fratelli, delle faide tra i Cainiti stessi... eppure giunsi incolume alla tenuta dei De La Roche.
E' tuttavia più probabile che il mio maestro fosse ben più vicino di quanto non pensassi, ma non ne parlammo mai, quindi non ne ho la certezza.
Tornando agli eventi, non mi sovvenne neppure di passare al mio castello, l'urgenza di trovare Rochelle era soverchiante rispetto ad ogni altra cosa.
Come ho scritto poc'anzi, fui fortunato. Lei era a casa, ne sentii il profumo non appena giunsi alla sua finestra.
Entrare non fu un problema, la luna piena riversava nella stanza i suoi raggi d'argento, rendendola quasi irreale, come fosse parte di un sogno...
Si dice che i vampiri non abbiano più cuore ne sentimenti... ma allora cosa fu quel terribile senso d'oppressione al petto, quell'angoscia soffocante? Perché dunque quella nostalgia struggente nel vederla? Così vicina eppure così distante...
Rochelle dormiva, ma il suo non era un sonno ristoratore: il suo respiro era irregolare, i lunghi capelli ricadevano scompostamente sulle lenzuola, la fronte madida di sudore, il viso rigato da lacrime che mi trafissero il petto come lance acuminate. Piangeva e tremava prigioniera degli incubi che io stesso avevo imparato a conoscere.
Quanto avrei voluto destarla, strapparla al dolore e stringerla a me per sempre... come avrei fatto quella notte se le cose fossero andate diversamente: era infatti la notte del primo di maggio, Beltaine, quella che doveva essere la nostra prima notte di nozze. Ma non v'è alcun senso nel rimpiangere ciò che non è stato, i sogni condannati per sempre a restare tali.
Delicatamente le accarezzai il viso, se si fosse svegliata sarebbe stato impossibile fare ciò che dovevo.
Come forse avrete intuito, ero lì per dirle addio. Era necessario, non potevo rischiare di farle del male o di metterla in pericolo, non potevo rischiare di dannare la sua esistenza com'era oramai dannata la mia. Era necessario, dovevo.
Lentamente le asciugai le lacrime, silenziosamente implorando il perdono per tutto ciò che poteva essere, ma non sarebbe mai stato. Lei parve calmarsi, la sua espressione si fece più distesa mentre cessava di tremare. Era l'ultima volta in cui l'avrei vista, o almeno così sarebbe dovuto essere, ma questa è un'altra storia...
La baciai, un tocco leggero quanto il battito d'ali di una farfalla: "Ti amo Chelè... per sempre...".
Una lacrima cremisi cadde sul suo guanciale, mentre altre minacciavano a breve di seguirla. Dovevo andarmene e così feci, senza voltarmi indietro.
Ugualmente però, udii la sua voce invocare nel sonno il mio nome, ed il mio dolore non ebbe più argine sufficiente a trattenerlo.
Il sole per me era tramontato. Per sempre, tra lacrime di sangue.
Please forgive me for the sorrow, for leaving you in fear
For the dreams we had to silence, that's all they'll ever be
Still I'll be the hand that serves you
Though you'll not see that it is me
So many dreams were broken and so much was sacrificed
Was it worth the ones we loved and had to leave behind?
So many years have past, who are the noble and the wise?
Will all our sins be justified? (1)
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