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Preludio di Cassandra
Saturday 06 October 2007
 
Scritto da Cassandra,

Ho sempre invidiato la luna.
Il suo isolamento, la sua autonomia sono il suo grande fascino. Essa non elargisce e non pretende, non commercia con il mondo, esaurisce le sue passioni in sé stessa.
Tuttavia è una banale sfera che si erge talvolta ad irridere il destino degli uomini, conscia della sua naturale superiorità.
Ho sempre trovato insensata la sua ambizione a rivaleggiare con il sole, l'astro nascente, il padre della vita; ma questa è la sua forza, regina di un mondo di tenebre, tacita cospiratrice ed infine.... vincitrice.

 

Ricordo ancora quella sera di fine estate in cui osservavo il disco opalescente dalla finestra del mio studio di Oxford.
Avevo aperto le monumentali finestre lasciando entrare una delicata brezza densa di pungenti fragranze; dietro di me un caotico cumulo cartaceo emanante uno stantio olezzo vittoriano.
La scrivania in mogano era irriconoscibile, si poteva a stento intuirne la sagoma sotto una coltre di libri e fascicoli; la sedia in pelle stessa era occupata dalla monumentale monografia del Norden.
Quell'incapace teutonico, tutta colpa sua se alle dieci di sera mi ritrovavo ancora lì tra i corridoi deserti della facoltà in cerca dei cavilli che rendevano vacillante la sua tesi; avevo trascorso tutta la giornata a sfogliare quelle pagine ingiallite ricche di sciocchezze e consunte ai lati, una marea di facinorose teorie romantiche.
I miei occhi vagavano nell'oscurità illuminata dalla luce iridescente della luna, potevo scorgere i contorni degli alberi e qualche baluginante riflesso delle acque del lago; tuttavia non potevo fissare lo sguardo troppo a lungo senza provare un fastidioso bruciore non appena le palpebre si richiudevano. Avevo i nervi tesi e la schiena indolenzita, guardai il vecchio orologio a pendolo e mi abbandonai sulla poltrona di fronte alla scrivania, non senza prima essermi disfatta di una decina di rotoli pergamenacei appoggiati lì chissà quando.
Da lì potevo avere la completa visuale dello studio; vi era una quantità enorme di tazze da the e da caffè, alcune ancora piene appoggiate su cataste di fogli a propria volta poggianti su libri che a poco a poco avevano preso a sostituire i tavoli. La stanza era rischiarata dalla bluastra luce del portatile acceso e da una vecchia lampada d'ottone; ero attorniata da alte scaffalature di libri che occupavano quasi interamente le pareti, fatta eccezione per un piccolo spazio vuoto sul quale erano appesi una antica specchiera, un manifesto della mostra su Costantino il Grande ed uno sulla mia prima conferenza "I Romani in Inghilterra : distruzione o costruzione?"... la mia vita.
Erano passati soltanto due anni da quella prima conferenza eppure sentivo che decenni erano ormai trascorsi;  ricordavo ancora la grande emozione, quella di una novellina di fronte al gotha della cultura mondiale riunito per ascoltare le mie parole.
Avevo avuto successo in quella occasione e in ogni occasione da allora grazie al mio maestro Randolph Henry Ash , l'uomo a cui dovevo ogni cosa, l'eccentrico professore di Oxford, il genio stimato da tutti; mi aveva allevato come una macchina da combattimento, pronta a resistere a qualsiasi critica e a difendere ogni mia posizione, vera o falsa che fosse.
Non era di certo un maestro di morale o di rettitudine Lord Ash, tuttavia dalle sue parole era scaturita la lezione più importante  " L'unico essere vivente sul quale potrai fare affidamento mia cara è quello che alberga in te, non sognarti nemmeno per un istante di poter trovare qualcuno che possa comprenderti; la solitudine è l'unico vantaggio dell'uomo.".
Senza rendermene conto stavo sorridendo, forse era pazzo, ma la sua era la follia più lucida che avessi mai conosciuto.
Il mio sguardo vagava in cerca di un'immagine nitida del maestro, ma il tempo aveva cancellato ogni residuo visivo, restituendo soltanto una indefinibile e sfuocata figura dai contorni imponenti; i tratti del volto si confondevano con quelli del grande Costantino, di fronte a me.
Ecco un uomo che aveva fatto dell'autonomia il proprio araldo, l'uomo che aveva deciso le sorti di un impero ormai decaduto restituendogli quell'unità da tempo perduta; quei tratti così marcati e grandiosi, quegli occhi così acuti erano segno di una forza di volontà senza eguali. Incompreso e sottovalutato si era beffato della volontà altrui portando a termine il proprio grandioso disegno, distaccato e al tempo stesso partecipe di ogni cosa il suo volto era illuminato da un'aura soprannaturale...il mondo sulle spalle di un unico uomo.
Erano queste le prime parole che avevo udito e mai più dimenticato dal mio maestro " E' naturale preferire l'abilità tattica di Augusto o l'acutezza strategica di Traiano, uno Stato e le sue conquiste, questo era Roma. Nessuno tuttavia considera che il primo agiva sul terreno preparato da un illustre avo, mentre il secondo attaccava per non soccombere. Nulla di tutto ciò possedeva Costantino, se non un impero decentrato, una cultura distrutta e cosparsa di sale ed un'orda di fantasmi alle spalle. Egli agiva soltanto in nome dell'unica cosa che aveva appreso durante l'infanzia, l'idea di Roma."
Non faticavo a comprendere la predilezione di Lord Ash  per Costantino.

Improvvisamente il telefono squillò.
Fui ridestata dai miei pensieri ma ci volle qualche secondo prima di realizzare che era il telefono a squillare e che soprattutto dovevo trovare il telefono.
Lo trovai sepolto sotto il voluminoso carteggio di due logorroici poeti romantici probabilmente sdegnati dalla sconveniente interruzione di un oggetto così moderno.
"Sì?"
"Cassandra? Ma come, sei ancora al lavoro? E' incredibile, sembri proprio il tuo povero padre, sempre a lavorare!Volevo solo dirti che sto partendo per un'eccitante escursione nel deserto..sai quello del film..aiutami cara, proprio non mi viene il nome!"
"Sahara?"
"Proprio quello!E' un nome talmente difficile, ma tu sei così intelligente tesoro!Mi raccomando ricorda ad Alfred di controllare che ai miei piccoli non manchi mai nulla , è importante!A proposito, tanti auguri, ho lasciato una piccola torta per te, ciao tesoro.".
Rimasi per qualche istante con la cornetta in mano, poi riattaccai cercando di pensare ad una sventura peggiore del possedere una madre completamente stupida, quella volta l'intelligenza non mi fu d'aiuto.
Avevo completamente scordato il mio compleanno, ventisei anni, e quando me ne ero resa conto mancava poco più di un'ora alla sua fine; mi voltai verso la grande specchiera dalla cornice dorata e vidi una figura estranea.
Ero pallida, di un candore quasi etereo, l'ovale del volto circondato da folti capelli corvini così come corvine erano le lunghe ciglia; mio padre ripeteva spesso che gli ricordavo la giovane principessa dei ghiacci, la favola in cui soltanto una calda lacrima poteva spezzare per sempre l'incantesimo del gelo eterno. Forse erano i miei occhi, forse era quel gelido grigio imprigionato all'interno di una aureola blu notte a ricordargli quel triste racconto; spezzato il sortilegio la povera principessa veniva liberata e i due eroi bambini tornavano nella proprio villaggio, insieme.
Era uno dei pochi ricordi che avevo di mio padre, William Pemberley , un commerciante di libri antichi che aveva sposato una giovane promessa della televisione inglese, Bridget Potter, mia madre appunto.
Venni alla luce esattamente un anno dopo il loro matrimonio, il 29 settembre 1980 e mio padre morì quando avevo appena sei anni, di infarto. Sarebbe banale dire che lasciò in me un vuoto incolmabile, ricordo troppo poco di lui, soltanto alcuni episodi come quando mi insegnò a leggere o quando a sua volta mi leggeva poco prima di dormire i suoi passi preferiti dell'Odissea.
Non era un uomo colto ma amava i libri come oggetti degni di venerazione, mi insegnò a toccarli, ad annusarli, a riconoscere le filigrane e le tipologie cartacee. Non ricordo nient'altro se non forse un vago senso di distacco e di freddezza che mi separava da lui; lo sentivo vicino soltanto quando indovinavo con la sorprendente arguzia dei bambini la provenienza del libro che mi porgeva dopo avermi bendato gli occhi; allora mi premiava leggendomi in greco brani dell'Iliade che adoravo come si può adorare un purosangue indomabile in preda all'ira. La sue voce era così calda e la pronuncia talmente perfetta da destare i me la più viva invidia  nonché un'espressione ostinatamente risentita tanto da indurlo al riso "Ecco la mia piccola iraconda Atena, temo che tale lettura non giovi affatto al tuo carattere Cassandra. Non capisco questa tua predilezione per il dramma di Achille, è come leggere un trattato Aristotelico sulla collera, nulla a che vedere con Odisseo, egli travalica le passioni umane per avvicinarsi drammaticamente a Dio".
Di mia madre non posso offrire alcun aneddoto illuminante, la morte di mio padre le fornì l'occasione, dopo sei appropriati mesi di lutto, di ritornare alle abitudini giovanili,vale a dire accompagnatori sempre più giovani e rapida dilapidazione del patrimonio.
 Fu un bene che decidesse di trascorrere tanto tempo viaggiando nei luoghi più esotici del pianeta lasciandomi completamente sola; non ho risentito affatto della sua mancanza, come di quella di mio padre, tutto ciò farebbe inorridire uno psicologo.
Trascorrevo le mie giornate nella grande villa di famiglia, nel Kent, cercando di riordinare gli oggetti di mio padre, di sistemare i suoi libri secondo un criterio personale; erano giorni felici trascorsi in compagnia di Alfred, il figlio del maggiordomo di mio padre di quindici anni maggiore di me.
Alfred era rimasto a servizio dei miei genitori per estinguere i debiti lasciati dal padre morto suicida, succedendo così nella gloriosa stirpe di servitori dei Pemberley. Egli si era perfettamente calato nel ruolo adottando un vetusto linguaggio alquanto stridente con la sua giovane età; si rivolgeva a me chiamandomi "Signorina" ed io lo apostrofavo prendendomi gioco di lui "Alfred, ti prego, in me non scorre nemmeno una goccia di sangue blu, non sono certo figlia di Lord Aston!", "Non importa Signorina Cassandra, vi è più nobiltà in voi che in tutta la decrepita aristocrazia inglese!". A poco a poco Alfred divenne per me indispensabile, abituata come ero alla sua rassicurante presenza. Fu lui a vendere la casa per fronteggiare i debiti e a comprarne una più esigua, fu lui ad amministrare la mia rendita personale, fu ancora  lui a procurami un istitutore privato e infine fu lui ad iscrivermi ad Oxford, tutto questo nel più completo disinteresse di mia madre.
Quando entrai ad Oxford avevo appena diciassette anni, ero riuscita a passare l'esame di ammissione nonostante la commissione fosse contraria, non soltanto per la giovane età ma soprattutto perché la fama delle stravaganze di mia madre era giunta sin lì; tuttavia dovettero arrendersi all'incontestabile evidenza delle mie capacità e così divenni membro elitario. I mio obiettivo fu fin dall'inizio quello di incontrare Sir Randolph Henry Ash; il suo nome mi era noto sin da bambina, avevo letto tutte le sue opere e lo veneravo quasi come una divinità. Desideravo conoscerlo, conquistarlo e in qualche modo superarlo, sebbene mi sembrasse un'impresa impossibile.
Egli era docente di Storia Romana, un'indiscussa autorità nel campo e le sue teorie erano talmente rivoluzionarie da destare subito il suo più vivo scandalo, ma da diventare poi certezze indiscutibili. Le sue lezioni erano un evento ma soltanto pochi eletti potevano parteciparvi, sapevo che si tenevano nel suo studio rigorosamente a porte chiuse; tentai più volte di incontrarlo ma non vi era modo, nemmeno richiedendo formalmente appuntamento. Passai giornate davanti alla porta del suo ufficio ma non vidi uscire ed entrare nessuno, appariva deserto.
Ogni mattina per non correre rischi mi recavo a lezione mezz'ora prima nella speranza di riconoscerlo nel gruppo di professori che, abitualmente, si riunivano sotto l'arco della monumentale entrata; era evidente, egli non appariva mai tra la schiera degli accademici, non avrebbe mai potuto, il meno adatto tra gli uomini ad entrare nel gregge dell'Uomo.
Iniziai a temere che non esistesse.
Una sera finalmente, quando ormai i corridoi di Oxford erano deserti, la porta si aprì e Lord Ash mi apparve in tutta la sua imponenza; era alto ed estremamente magro, dietro agli occhiali si potevano intuire grandi e sporgenti occhi chiari, il suo sguardo era acuto ed intrigante, le movenze rapide, quasi nervose; doveva avere una cinquantina d'anni ed i capelli radi sulla sommità erano straiati da alcune ciocche bianche.
"Non le sembra sconveniente passare settimane appostata davanti alla porta del mio studio?".
Le sue parole, dette con voce greve e profonda, mi avevano preso in contropiede ed ora mi ritrovavo a bocca aperta senza sapere, per la prima volta in vita mia, cosa rispondere.
"Un segugio per la caccia alla volpe avrebbe molto da imparare da lei!".
Ero a dir poco basita, parole del genere  in altre circostanze avrebbero scatenato in me la reazione più violenta mentre in quel momento mi abbattevano relegandomi alla più completa immobilità.
"Miei Dei!Ha intenzione di starsene dritta come un paletto e muta come una statua di pallade Atena ancora per molto?".
"Mio padre mi chiamava così" riuscii a sussurrare pentendomi subito delle parole appena pronunciate.
"Francamente non mi interessa, lei ha ben poco della bellicosa Atena, rassomiglia piuttosto ad  uno di quei poeti elegiaci chiusi fuori dalla propria donna, che se ne stanno istupiditi dal freddo a verseggiare lamenti ai cardini della crudele porta. Continui pure prego." Ed iniziò a chiudere a chiave la porta dell'ufficio apprestandosi ad andarsene; notai che zoppicava nonostante l'abilità nel maneggiare uno scuro bastone dal pomello intarsiato.
Ero ancora immobile ed osservavo la mia unica occasione volatilizzarsi, quando all'improvviso ebbi un lampo e lo rincorsi "Sir Ash, ha ragione, erano istupiditi dal freddo e dal vino, ma non crede che poeti che hanno impegnato generazioni di studiosi a ricercare identità di donne inesistenti meritino un po' di considerazione?".
Si fermò per un istante "Molto astuto da parte sua cercare di catturare la mia attenzione con una tesi contraria all'odierna storiografia, ma non è la prima a farlo e di certo non sarà l'ultima. Chiunque mi conosce dovrebbe averle detto che non è questo il modo per ottenere la mia considerazione"
"Allora mi dica come...come posso partecipare alle sue lezioni, come posso imparare da lei?"
Si voltò verso di me "Sicuramente avrà già letto tutti i miei libri, anzi avrà persino redatto un breviario di citazioni da snocciolare in qualche banale lezione alzando la mano.. non basta. Nulla ormai può più stupirmi se non la crescente mediocrità di tutti voi."
Strinse con forza il pomello del bastone e lo fece volteggiare in aria finché non incontrò un ostacolo, un oggetto che si staccò dai perni ai quali era attaccato e venne contro di me costringendomi ad afferrarlo.
"Tenga, ecco la sua occasione" e se ne andò.
Rimasi immobile come se avessi avuto una visione, tra le mani stringevo il fioretto che era caduto dal muro, ero incredula, Sir Ash non era altro che un pazzo. Ero delusa ed arrabbiata, la mia ostinazione era stata ripagata con la colossale presa in giro di un misogino; avevo la spalla dolorante a causa della tracolla piena di suoi libri che portavo sempre con me, si era impigliata nella lunga sciarpa che cadeva disordinatamente dal cappotto ed ora mi cingeva in una morsa infernale.
Ebbi voglia di tagliare da me ogni impedimento con quello stupido fioretto ma finii per avvilupparmi ancora di più nel fagotto di panni, libri e fogli tanto che caddi mentre dagli occhi sgorgavano lacrime di rabbia e vergogna.
"Ehi attenta, potresti farti male!" Mi voltai immediatamente tentando di scostare i capelli che mi ricadevano disordinatamente sugli occhi e vidi un ragazzo sulla ventina che se ne stava appoggiato ad una colonna nell'arco di ingresso.
Immediatamente cercai di ricompormi, mi alzai mentre il ragazzo riponeva via il fioretto che gli avevo porto, "Questo forse è meglio metterlo al suo posto, vedo che hai fatto la conoscenza di Sir Ash!", la sua espressione era divertita ma anche incredibilmente sicura di sé.
"Piacere, Alexander Wedderburn, vengo da San Francisco per frequentare le lezioni di Sir Ash, ma a quanto pare non sarà tanto facile".
Iniziava ad infastidirmi, un estraneo aveva assistito al momento più ignobile della mia vita ed ora pretendeva da me una normale conversazione, avevo intenzione di interrompere immediatamente quel tentativo.
"Cassandra Christabel Pemberley , piacere di averti conosciuto ma ora devo andare."
"Certamente! Ci rivedremo la prossima settimana in sala d'armi, sarà divertente, credo che tu sia l'unica donna!"
Sul mio viso si dipinse una chiara espressione interrogativa, cercai di indagare i segni della follia anche in quel giovane volto.
"Non dirmi che non lo sai!" ed iniziò a ridere fragorosamente "Questo è il modo per partecipare alle lezioni di Sir Ash, uno scontro di scherma fra gli aspiranti , i primi cinque verranno ammessi al corso."
"Molto divertente, e dimmi per passare gli esami ci sarà una sessione di tiro con l'arco, o forse una prova di caccia con il falcone?"
"Ho avuto la tua stessa reazione, ma la verità è questa, venerdì alle dici di sera in sala d'armi...vinca il migliore!".
Rimasi qualche istante a riflettere mentre Alexander si allontanava, pensai alla fusione di genio e follia in un unico uomo poi caddi nella disperazione; erano anni che non toccavo un fioretto, perlomeno sette, da quando mi allenavo nella vecchia casa con Alfred...Alfred, la mia unica possibilità. Presi il primo treno disponibile e tornai a casa,  Alfred mi aprì la porta sorpreso nel vedermi, ero trafelata ed eccitata, una nuova sfida.
Fu una settimana durissima, l'eccitazione fu sostituita da tutti gli stadi dello sconforto, mi alzavo alle cinque di mattina, mi allenavo fino alle dieci di sera; ero debole, non riuscivo a parare i colpi con sufficiente sicurezza né a vibrare gli affondi con bastevole convinzione, la mia unica qualità era l'intuito unito ad una buona agilità.
"Non ce la farò mai Alfred, è inutile."
"Non dite così Signorina, a volte il timore di perdere qualcosa che ci è caro risveglia in noi capacità e reazioni che credevamo sopite. L'importante è che evitiate il più possibile i colpi e che intuiate quando la difesa dell'avversario è scoperta, dovete attaccare non appena siete attaccata.".
Tornai ad Oxford con i nervi e i muscoli doloranti, era il venerdì decisivo e non avevo nemmeno idea di chi sarebbero stati i miei sfidanti. L'università era nel silenzio più completo, seguii i corridoi che portavano alla sala d'armi ed entrai; l'enorme sala era illuminata da numerose torce e l'effetto era a dir poco anacronistico, in cuor mio speravo che qualcuno mi svegliasse da questo surreale incubo ma la visione continuò. A poco a poco entrarono altri ragazzi , in tutto una ventina, tutti con lo stesso sguardo incredulo, alcuni con espressioni agguerrite, nessuno proferiva parola. Per precauzione avevo gia indossato la tuta e calato la visiera, in cuor mio non volevo mostrare di essere una donna; riconobbi poco lontano da me Alexander, i suoi occhi, il suo sorriso esprimevano la stessa franchezza che avevo notato il giorno del nostro primo incontro. Il portone si spalancò ed entrò Sir Randolph accompagnato da un ometto grassoccio e tozzo; il piccolo assistente aprì una sacca e ne estrasse pezze di tela raffiguranti animali stilizzati, si avvicinò ad ognuno di noi e le appuntò sulla nostra schiena.
Io ero il lupo, il mio primo scontro era con il leone. Sir Ash si era comodamente seduto su uno scranno e osservava compiaciuto i dieci contemporanei duelli. La mia mano tremava, la stessa reazione avevano le gambe, ero come un molosso di pietra gettato su un'arena; l'avversario si scagliò con furia all'attacco e con un abile volteggio del fioretto ebbe il primo punto a favore toccandomi su un fianco. Era incredibilmente veloce.
Mi ripresi in tempo per schivare un secondo attacco e non lasciai al nemico il tempo per ritrarsi che subito lo colpii sul petto; fu durissimo batterlo ma vi riuscii senza sapere nemmeno come, era evidente che mancavo della tecnica necessaria.
Mi battei poi con l'orso, la scelta del simbolo si era rivelata decisamente azzeccata; era enorme, possedeva una forza colossale tanto che ogni stoccata del suo fioretto faceva vibrare il mio come se stesse per rompersi. Fortunatamente i suoi movimenti erano alquanto macchinosi ed intralciavano una tecnica altrimenti formidabile.
Vinsi grazie a quella che qualche giorno dopo Alexander ridendo avrebbe ribattezzato ‘la difesa dell'attacco'; avevo i capelli incollati al viso e copiose gocce di sudore mi imperlavano la fronte, era tutto finito, eravamo rimasti in cinque dopo due turni di sfide. Alzai la visiera e così fecero anche gli altri quattro, vedendo Alexander tra i vincitori sorrisi e continuai anche mentre ci stringevamo le mani per le congratulazioni, "Complimenti, non ho mai visto niente di simile, una velocità incredibile ma lasciatelo dire, hai avuto una gran fortuna!" iniziai a ridere come mai avevo fatto, fu quello l'istante in cui capii di aver vinto.
Il telefono squillò di nuovo.
"Sì?"
"Signorina Cassandra, ancora al lavoro? Ma oggi è il suo compleanno, attendevo il suo arrivo per qualche ora fa!"
"Lo so Alfred scusami, il tempo è trascorso senza che me ne accorgessi. Credo che non rientrerò, se non molto tardi, non aspettarmi...a proposito, mia madre è partita di nuovo grazie a Dio, controlla i cani...e mi raccomando, se sono ancora vivi uccidili tu per me d'accordo?"
"Signorina?!"
"Scherzavo Alfred, anzi dai loro la torta che ha preparato la mia amorevole madre. Buonanotte."
La telefonata aveva interrotto il piccolo bilancio che stavo facendo della mia vita, molto prevedibile per altro.

Il giorno dopo l'originale iscrizione iniziò l'atteso corso di Sir Ash
Eravamo soltanto in cinque nel suo studio tutti i giorni della settimana dalle nove alle undici di sera, una stravaganza sulla quale non mi interrogai mai date le strane premesse; fin dall'inizio mi fece pesare di essere una donna sottoponendomi a continue prove, ma superai ogni cosa, dovevo essere la prima, la migliore, e lui doveva riconoscerlo.
Impegnai tutta me stessa in questa impresa, ore e ore di studio, brillanti intuizioni, splendidi voti, nemmeno un riconoscimento o un incoraggiamento da Sir Randolph.
La mia amicizia con Alexander era continuata lontana da ogni tipo di competizione, non era facile emulare il mio operato e spesso mi rimproverava "Non capisco dove tu voglia arrivare, continuando così finirai per ammalarti!"
"Sciocchezze, nessuno si è mai ammalato per un po' di studio"
"Ti vedo sempre più magra e pallida; quando ti ho conosciuta eri splendida, mai vista una ragazza più bella, ora sembri l'ombra di te stessa!"
Ero l'ombra di me stessa; le poche volte in cui tornavo a casa Alfred mi riempiva di premure e non poteva far altro che constatare un peggioramento delle mie condizioni.
Ormai avevo vent'anni, da tre ero l'ombra di Sir Ash e ancora non mi chiamava per nome, soltanto Signorina Pemberley. Ero l'allieva più promettente che avesse mai avuto ma il suo gelido distacco mi atterriva; era terribile come un amore non corrisposto.
Quando giunsero le vacanze estive del quarto anno decisi per la prima volta di tornare a casa, ricordo ancora la gioia di Alfred nell'accogliermi sulla porta di casa e il mio stupore qualche giorno dopo nel veder arrivare Alexander con una valigia "Ho pensato che la mia secchiona preferita si sarebbe sentita sola senza il suo portaborse!".
Furono giornate meravigliose, la campagna immersa nella dorata luce estiva liberava intense fragranze e per la prima volta non pensai a nulla. Adoravo trascorrere ore e ore a sonnecchiare sulla piccola barca che galleggiava languidamente sul lago.
Era divertente osservare Alexander leggere ad alta voce con la sua strana pronuncia poesie italiane, l'effetto era a dir poco esotico; interpretava i versi stilnovisti con rara vivacità tanto da indurmi ad un riso irrefrenabile. Trascorrevamo così le nostre giornate, leggendo e passeggiando per i sentieri di campagna, a volte preparavamo un cesto di cibo per il pranzo poiché non sapevamo dove saremmo potuti arrivare; infine mi addormentavo sotto qualche quercia mentre Alexander leggeva per me ad alta voce.
"Cassie, sembra di essere in un romanzo di Jane Austen, manca solo la pettegola di turno e un piccolo scandalo borghese"
"Se è per questo manca anche il Darcy della situazione.."
"Cosa vorresti insinuare ?"
"Proprio nulla.. soltanto che manca un personaggio della sua levatura morale e sociale, qui vedo solo arricchiti borghesi d'oltre Oceano!"
Non avevo finito di parlare che mi ritrovai sdraiata nell'erba tagliente completamente bloccata nella morsa di Alexander; per un attimo riuscii ad avere la meglio capovolgendo la situazione, poi lo lasciai vincere e il respiro quasi mi abbandonò quando le nostre labbra si sfiorarono.
Fu come rinascere a nuova vita, o forse erro, fu come nascere per la prima volta.
In realtà si trattò dell'inizio e della fine di ogni cosa.
A settembre tornai ad Oxford e mi recai con sicurezza nello studio di Sir Ash, non bussai nemmeno ed entrai "Sir Ash, ho qui la relazione che mi aveva chiesto. Temo che sarà l'ultima, ho già preso accordi per una possibile tesi di dottorato con il professor Carpenter che è stato così gentile da accettare. Ora la saluto, è stato un piacere ed un onore collaborare con lei".
Non lo vedevo in volto, continuava a mostrarmi le spalle; stavo per andarmene delusa per l'ennesima volta quando udii la sua profonda voce "Cosa è cambiato Cassandra?", nel tono si poteva intuire una vena di sconforto; era la prima volta dopo quattro anni che mi chiamava per nome.
"Nulla è cambiato, questo è il motivo."
All'improvviso si voltò, lo sguardo penetrante era impossibile da sostenere "Sono le futili motivazioni di una bambina. E' la mia stima che vuoi? Sono i complimenti che possono farti cambiare idea? Non avrai nulla di tutto ciò."
"Non voglio essere lodata come una stupida liceale, voglio che lei mi riconosca come... come un suo pari"
Si mise a ridere. "Disprezzo gli obiettivi mediocri, il tuo è a dir poco ridicolo"
"Che cosa dovrei volere allora? Dovrei forse desiderare di superarla per meritare la sua considerazione?". I suoi occhi furono attraversati da un lampo, le pupille si contrassero poi si rilassarono nuovamente e l'espressione apparve più distesa.
"Credo che dovresti sbarazzarti di tutte le piccole certezze che fino ad ora hai custodito gelosamente, ritorna padrona di te stessa, della tua mente, del tuo corpo".
Rimasi pietrificata "Come fa a sapere..."
"Ora vai, spero che tu abbia il coraggio di decidere".
Ciò che accadde dopo rimane  tuttora aggrovigliato nella mia memoria come una matassa di polverosi fili abbandonati; non ricordo più in che ordine gli eventi si susseguirono, o meglio, lo ricordo perfettamente ma rifuggo dall'ordinarli, temo la loro evidenza.
Alexander  tornò in America ed ereditò l'attività famigliare, la casa editrice più rinomata di San Francisco; io mi dedicai anima e corpo alle ricerche sotto la guida di Sir Ash, a ventidue anni tenni la mia prima conferenza, a ventiquattro non ebbi alcuno scrupolo nel denunciare la condotta poco chiara del mio maestro, distrussi la sua carriera e lo obbligai ad un pensionamento anticipato prendendone il posto.
Da allora nessuno lo aveva più rivisto, si vociferò che avesse deciso di rinchiudersi per sempre in un monastero irlandese, ma le tesi più accreditate parlavano di un suo probabile suicidio; quale fosse la verità di certo non poteva interrompere la mia scalata.
Possedevo il suo studio, il suo titolo accademico ma più di ogni altra cosa possedevo tutto ciò con un anticipo quasi irreale, non era più soltanto un mediocre obiettivo.

Il 29 settembre 2006 era il giorno del mio ventiseiesimo compleanno, erano ormai le undici passate e stavo quasi per assopirmi sulla poltrona dello studio, cullata dalla dolce onda dei ricordi; tutto intorno a me diveniva confuso, tremolante, come accade nel dormiveglia. A tratti mi sembrava quasi di cadere e riaprivo gli occhi di scatto sentendo il cuore balzare, come se si fosse arrestato e poi avesse ripreso il suo normale corso.
Fu in uno di quegli istanti eterni che lo vidi, ritto davanti a me, come quando avevo diciassette anni; lo credetti una visione, ma era reale. Provai la stessa soggezione di un tempo, mi sentii di nuovo una bambina, erano due anni che non lo vedevo, credevo che fosse morto anche se in cuor mio sapevo che non era così.
"Cassandra...eccoti finalmente, hai raggiunto la consapevolezza necessaria a travalicare i tuoi limiti. Un gesto davvero deplorevole, un colpo basso come dite voi esseri inconsapevoli, ma un atto degno di ammirazione"
Mi prese la mani obbligandomi ad alzarmi, esigeva vendetta ed io ero certa della mia fine.
"Dovrei infliggerti un castigo esemplare per aver cercato di distruggere colui che ti ha insegnato ogni cosa ... e invece non posso fare altro che ammirare la mia opera d'arte. Oh sì, ho realizzato il sogno di ogni artista, dare vita ad una creatura che sia la sintesi perfetta delle sue più geniali capacità. Se ti fossi accontentata di diventare una banale assistente ti avrei odiata profondamente."
Era l'inizio di una fine annunciata.
Allargò le braccia e mi circondò con esse, fu come entrare in un gelido circolo.
"Perché ci affanniamo tanto a dimostrare che possiamo superare i confini che ci sono stati imposti? Ogni cosa che facciamo è un gradino superiore nel disprezzo della mortalità, l'unico vero vincolo della grandezza", ero ipnotizzata da quell'abbraccio quasi paterno, egli mi cullava, accarezzava i miei capelli.
"L'immortalità della fama è una sciocchezza mia cara, così come ogni illusoria certezza in un aldilà" circondò il mio volto con le mani "Ho visto in te la fugace ombra dell'eternità.. mi sono forse sbagliato?".


Sarebbe inutile raccontare come avvenne l'abbraccio, preferisco serbarne il ricordo per non confonderlo con altri; fu come morire centinaia di volte e rinascere subito dopo, implorai più volte di smettere ma mi resi conto che imploravo soltanto me stessa, ed io non volevo smettere.
Bevvi le sette coppe, e poi supplicai di conoscere ogni cosa di nuovo, avidamente, ma anche l'eternità ha i suoi vincoli e tutto ciò che un Tremere deve comprendere è racchiuso nella paziente attesa.
Mi trasferii negli Stati Uniti, a San Francisco; non potevo più perseguire la carriera accademica per evidenti motivi e così mi dedicai alla scrittura.
Da più di un anno ho raggiunto la fama come scrittrice di romanzi storici, la famosa scrittrice Christabel Byatt; ma nessuno conosce il mio vero volto.
I rapporti editoriali sono curati da Alfred, l'unico che mi abbia seguito anche questa volta, nell'eternità .
A volte mi chiedo che senso abbia ricordare la vita passata, non è forse inutile? Temo si tratti dell'ultimo crudele strale dell'abbraccio...

 


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Commenti utenti (11) File RSS dei commenti
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