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Regardez-moi...
Il pubblico freme in sala. Le luci si spengono lentamente, lasciando calare una penombra vellutata e carica di tensione per lo spettacolo a venire. Le signore emettono risolini di eccitazione. I signori si appoggiano allo schienale, pronti e concentrati. Il silenzio si diffonde come foschia invisibile. Tutto tace. Il sipario si apre. Un accenno di vaudeville. Un lampo di burlesque. Un soffio di tragedia e una pennellata di commedia. Allungate la mano e accettate questo piccolo assaggio della mia vita. Una dolce goccia di vissuto scivola languida nella vostra gola. Gustatevi il mio ardente monologo. Spero che lo spettacolo sia di vostro gradimento.
Piacere, mi chiamo Samael Blackwood. Sono nato il primo di maggio del 1975. La mia vita mortale è terminata il 23 giugno del 2002. Da allora, ho vissuto cinque anni in compagnia delle ombre. Ma torniamo indietro, risaliamo la corrente fino alla mia nascita. E'lì che inizia la storia di ogni essere umano, compresa la mia.
Sono nato a New York. Mio padre, Alan Blackwood era un ricco avvocato di Manhattan che aveva sposato una ricca ragazza di famiglia irlandese. Pare che il bisnonno di mio padre fosse un facoltoso banchiere di Francoforte. A quell'epoca, il cognome della mia famiglia doveva essere Scharzwald. Pare che fosse emigrato in America nella seconda metà dell'ottocento. Mia madre si chiamava Heather McFarland e lavorava presso una casa d'aste.
I miei genitori, a dispetto della loro facciata borghese, si erano immersi completamente nell'ambiente alternativo dell'epoca. Già da tempo progettavano di rivoluzionare la loro vita, dedicandosi esclusivamente alla cura della propria anima e dei propri sensi. Guarire l'anima coi sensi e i sensi con l'anima è una lezione che non ho mai dimenticato.
A ogni modo, decisero di abbandonare New York e i loro mestieri e di trasferirsi in una comunità Amish in Pennsylvania. Fino all'età di cinque anni crebbi dunque in un ambiente lontano anni luce dal furore tecnologico dell'epoca. L'elettricità era bandita. Ogni comodità doveva piegarsi di fronte alla legge del duro lavoro e della preghiera. Frequentavo un piccolo asilo del luogo, dove oltre a giocare ci veniva insegnato a recitare i salmi e a pregare tutti insieme. Devo dire che venivo tenuto un po'in disparte. Su di me gravava il pregiudizio di essere figlio di una papista.
Tuttavia, i miei genitori si stancarono presto di una vita così priva di stimoli e di lusso. E devo dire che anch'io, con la mia acerba mente di bambino, bramavo l'idea di un'esistenza più sensuale e sfarzosa. Così, ci trasferimmo sulla costa occidentale, presso una comune hippie situata nelle prossimità di Twin Peaks in Oregon. Io e gli altri bambini frequentavamo la scuola pubblica della contea, ma conducevamo una vita molto particolare, basata sulla condivisione e sulla solidarietà. Sebbene non abbia nulla in contrario sulla seconda, in quel periodo maturai l'idea della proprietà privata come di qualcosa di fondamentale.
Mio padre si era reinventato avvocato dei poveri presso uno studio legale, mentre mia madre aveva aperto un piccolo centro di yoga e ayurvedica. Tutto questo andò avanti fino a quando compii quattordici anni. A quel punto, i miei genitori mi iscrissero in un costoso collegio della California, affinché potessi fare esperienza con la realtà. A malincuore dovetti salutare i miei migliori amici d'infanzia, tra cui Baba, il figlio di un santone indiano, che in futuro avrebbe fatto fortuna come modello, e Sati, una ragazzina di origine tedesca che anni più tardi mi avrebbe telefonato annunciandomi di avere raggiunto il nirvana. Ma più di tutti, rimpiango di non aver potuto condividere più tempo in compagnia di Parvati. Avevo tredici anni quando la sua famiglia, proveniente da un sobborgo di Dallas da cui dovettero fuggire perché ostracizzati a causa delle loro origini indiane, si era trasferita nella comune. Nei giochi cui dava vita grazie alla sua lussureggiante fantasia, impersonificavamo i ruoli di Krishna e della sua consorte Radha. In riva al laghetto della comune, si distendeva sull'erba, il sari sgargiante che le giaceva intorno come un fiore di loto, e recitava i versi che sua madre le insegnava, mentre insieme tessevano il lino. Il polline di loto, soffiato via dalla distesa di fiori aperti e fatto girare in cerchio nell'aria dei venti di tempesta, assume la bellezza di un parasole d'oro. Me l'immaginavo tessere e assimilare parole dal sapore del miele, dolce Penelope d'oriente. Ella vide Hari, che aveva una sola emozione, a lungo desideroso dei giochi d'amore, con il viso, dimora degli affetti, sottomesso ai comandi della passione profonda. Oh si, lei aveva già immerso le mani nelle acque del mio cuore e ne aveva smosso il fondale. Mia dolce maya, paradisiaca illusione, non mi avevi raccontato del tuo misterioso amico, Bagoa, un efebico giovane di sedici anni, forse diciassette. I lunghi capelli neri e lucenti come smalto gli fluivano sulle spalle strette e fragili. Le sue gambe, magre e lunghe, lo rendevano simile a una gru, mentre le sue braccia si tendevano come tentacoli, culminando in mani dalle dita affusolate e femminili. La sua voce era bassa e vellutata come il suono di un violoncello, ma troppo liquida e melodiosa per essere considerata pienamente maschile. Con le sue oscure arti, Bagoa riuscì a sedurti Parvati. Tenebroso Shiva dall'evanescente sessualità, l'hai avviluppata nelle tue fiamme d'amore. Oh, ma era solo un gioco per te, giacché il tuo obiettivo ero io. Volevi purificarmi dal mio amore per Parvati, annientarlo, soffocarlo nella gelosia e nella rabbia. Poi, mi drogasti con quel tuo misterioso nettare, ingannevole soma per le mie labbra. E avresti certamente abusato di me, nell'aria aulente ai piedi di un glicine in fiore, se Isolde, la mia teutonica compagna alla classe serale di ikebana, non avesse deturpato con le sue possenti mani il tuo viso lascivo.
Fu quello l'inizio di un'intensa amicizia, nata nella gratitudine e nella riconoscenza. Isolde mi iniziò ai culti degli dei nordici, che si tenevano in un boschetto isolato. Sua madre era sacerdotessa di Njordr e unter der Limte mi insegnò l'amore per la Terra e i frutti del suo grembo. In quel periodo, amavo dipingere Isolde nei panni di una valorosa valchiria. Anni dopo, quando durante il mio peregrinare per musei, i miei occhi caddero sul dipinto che Hughes aveva dedicato a una valchiria, gli occhi mi si velarono di lacrime di nostalgia, ritornando con la mente a quei giorni sereni.
Ma poi, come già vi ho accennato, partii da quell'oasi di pace per proseguire i miei studi. Negli anni del collegio frequentai il club di pittura, maturando un'attitudine che possedevo fin dalla più tenera infanzia, quando dipingevo con il solo ausilio delle mani. Per racimolare qualche soldo per i miei divertimenti, lavorai come modello di nudi. I guadagni erano più che soddisfacenti, ma dovetti districarmi più volte dalle grinfie di qualche professore pederasta dalla bocca bavosa. Comunque, mi appassionai presto alla pittura settecentesca e ai preraffaelliti, così decisi di laurearmi in storia dell'arte. E fu proprio all'università che la mia vita prese una piega davvero insolita.
Fu a Berkeley, infatti, che conobbi il mio futuro sire, Wilhelm Darhendorf, amico intimo del mio professore di storia dell'arte rococò. Tra di noi si era instaurato subito un rapporto molto acceso, basato sull'affinità e sul dialogo. Gli mostrai alcune delle mie creazioni e lui ne rimase estasiato. Per questo, mi aprì le porte della sua casa, in cui conservava un Fragonard originale. Giurò che un giorno me l'avrebbe regalato e infatti ora torreggia orgoglioso nel mio salotto. Al termine dei miei studi, mi aiutò a vendere i miei quadri presso la sua galleria d'arte e mi propose di diventare suo socio. Accettai senza pensarci su troppo e presto iniziai a prendere dimestichezza con il mercato dell'arte.
Gli anni passarono e mentre mi dedicavo alla ricerca di nuovi talenti, incappai in una pittrice dalle doti incredibili. Una deliziosa artista che mischiava dentro di lei la freschezza di un Renoir e la furia di un Turner, inondando il tutto coi colori accesi di un Alma Talema. Grazie a lei, i miei affari ebbero una vigorosa impennata e riuscii ad aprire una galleria d'arte e una casa d'aste di mia proprietà. Quella sorprendente ragazza si chiama Jade e me ne innamorai. Non rimasi atterrito soltanto dal fascino dei suoi quadri, ma soprattutto dalla sua persona. Peccato che lei non mi degnasse di uno sguardo, troppo dominata com'era dall'arte. Non poteva permettersi nessuna distrazione, altrimenti il suo castello interiore sarebbe crollato. Mi diceva che l'arte si ciba di malinconia, che la poesia è il canto dell'assenza e che la pittura dipinge ciò che manca dentro di noi. Se si fosse lasciata andare alla bellezza dell'amore, come avrebbe potuto rappresentarlo su una tela?
Lei non sa che sono diventato un vampiro. Mi crede morto o disperso e forse mi ha dipinto qualche volta. Finalmente non esisto più per lei, quindi può immergere il pennello nei colori e dare una forma alla mia assenza. Forse, questo è il massimo della vicinanza interiore che ci è concessa. Le sono vicino come un fantasma, invisibile ma sempre presente nei suoi pensieri.
In quel periodo assunsi anche la mia cara e servizievole assistente tuttofare Wendy. Si presento da me per un colloquio di lavoro. Una splendida ragazza dai capelli color del grano e dalle guance rosate. Mi disse di essere di origine svedese. Fui colpito dalla sua affabilità e dalla sua arrendevolezza. Sapevo che l'avrei trasformata in una marionetta, per questo l'assunsi. Ben presto, i suoi compiti crebbero esponenzialmente. Io facevo le ore piccole e lei lavorava tutto il giorno. Un giorno mi fece una sfuriata perché lavorava troppo e io le ricordai che ero il suo benefattore, che la pagavo più di qualunque altra assistente di San Francisco e che le volevo un mondo di bene, che senza di lei sarei morto di dolore. Le diedi persino un bacio e piangemmo abbracciati l'un altro per dieci minuti buoni. Ci eravamo riconciliati tra lacrime d'amore.
Ormai avevo compiuto ventisette anni, splendida età per essere abbracciati. Né troppo adulto né troppo acerbo. Mi trovavo nello studio del mio mentore in materia d'arte. Lui era assente e io l'attendevo disteso su una chaise longue di broccato del settecento. Un pezzo d'antiquariato di notevole pregio, devo dire. Per convincerlo a regalarmela impiegai una notte intera, ma questa è un'altra storia. Mentre ero disteso sfogliavo una copia originale de "Il ritratto di Dorian Gray", scovata in una libreria antiquaria di Boston. Immaginatevi dunque la scena. Il mio futuro sire entra nella stanza e mi trova disteso su un moderno triclinio, me, un meraviglioso giovane uomo dai capelli rossi, vestito di una raffinata camicia Versace in seta cirée un po' sbottonata, pantaloni neri Dior Homme e un paio di scarpe Prada ai piedi. Uno splendore di stile e di uomo, devo dire. Sarei già morto di crepacuore se fossi stato abbracciato da un Lasombra. Mio Dio, non potersi mai vedere allo specchio per l'eternità!
A ogni modo, il mio sire rimase colpito da quella visione e per la prima volta mi accorsi di un particolare. Erano passati diversi anni da quando l'avevo incontrato in qualità di matricola all'università. Mi resi conto che il suo aspetto era sempre rimasto cristallizzato nelle sembianze di un bel trentacinquenne. Chiusi dunque il libro e glielo mostrai, dicendogli:-Anche tu nascondi in soffitta un quadro che cela il tuo vero e abominevole aspetto? -
Non parlò, trafitto dalle mie parole e mi si avvicinò. Qualcosa nei suoi occhi mi impedì di muovermi e di ribellarmi quando mi affondò i canini nella gola. Avvertii un'ondata di piacere mista a tristezza. Piansi, sia di gioia che di disperazione, quasi fossi conscio di ciò che mi aspettava. Era come essere gettati in mare aperto. Dapprima, galleggiamo leggeri come relitti di un naufragio, beandoci della freschezza dell'acqua e del calore del sole, ma poco dopo scopriamo che presto o tardi le forze ci abbandoneranno, e che inesorabilmente affonderemo nelle profondità oscure degli abissi, verso una tomba ignorata da tutti.
Quando rinsavii da quella specie di trance, mi ritrovai con le labbra sporche di sangue, del suo sangue. Mi spiegò tutto quello che dovevo sapere. Che mi aveva abbracciato (detesto questo eufemismo), perché sarei stato un vampiro promettente, ma in cuor mio sapevo che l'aveva fatto per egoismo, per avermi sempre al suo fianco.
Gli volevo bene, ma segretamente maturai odio nei suoi confronti. Persino un'opera d'arte è viva. Attraversa le epoche ricoprendosi di nuovi significati. Invecchia e ringiovanisce, oppure viene dimenticata e muore. Può persino essere distrutta o decomporsi. Io ero diventato meno di un oggetto, meno di un quadro o di una poesia. Essere immortali in un mondo mortale può risultare estenuante. Temo il giorno in cui verrò ghermito da questo malessere. Quella notte il sire non mi ha detto una sola cosa, la più importante, ovvero che la storia di un vampiro può terminare soltanto con la sua morte. Tu mio sire, toi qui, comme un coup de couteau, dans mon coeur plaintif est entré; toi qui, forte comme un troupeau de démons, vins, fol et paré, de mon esprit humilié faire ton lit et ton domaine.
Il sipario si chiude sulle ultime parole, sull'ultima immagine, icona di una notte eterna. Silenzio, poi, cascate di applausi. Il sipario si riapre. E' vuoto. Davvero qualcuno si è esibito su quel palco o è stata soltanto un'illusione, un sogno a occhi aperti? Qualcosa è rimasto, però, non è vero? Qualcosa si muove ancora nei vostri cuori, ne sono sicuro. Tenetelo stretto.
Ma ora lasciatemi immergere in questo nettare appena scoperto. Permettetemi di godere, godere e ancora godere, finché non avrò più proiettili da sparare, frecce da inseguire nella notte. Finché gli uomini disimpareranno a dipingere, a vergare poesie e a scolpire statue. Quando questo fiume di piaceri si prosciugherà, prima che sopraggiunga la noia, mi spoglierò degli abiti di scena e scivolerò dietro le quinte.
Non vi è nulla di più fastidioso di un attore che indugia sulla scena oltre il termine dello spettacolo.
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