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“Spegni quella merda!” l’inconfondibile rumore di una
bottiglia contro la parete in casa Lavalle era cosa normale, soprattutto da
parte d’Ignacio.
Il piccolo Felipe cominciò a piangere spaventato mentre io
non me lo feci dire due volte e la radio era muta in meno di un minuto dalla
richiesta.
La mamma corse in camera a raccogliere il piagnucolone urlando
un’innumerevole quantità di parolacce che non sto ad elencare, anche perché
sinceramente in quel momento non avevo modo di prendere appunti e, nonostante tutto,
ci era vietato dirle.
Ignacio e la mami litigarono per un buon quarto d’ora sempre
con la solita sfilza di espressioni colorite.
Iniziano cosi tutte le storie natalizie della mia deliziosa
famiglia.
Papi e Nico andavano a cercare un albero, mentre la mami, io
e Felipe ci occupavamo di decorare la casa. Mi occupavo anche di aiutare la
mami nelle svariate preparazioni culinarie, ma passavo il novanta per cento di
quel tempo cercando gli utensili più svariati.
“Apri la scatola di pesche sciroppate Cynthia” e cercavo
l’apriscatole, “Rompi un paio d’uova Cytnhia” e cercavo il rompi-uova, “Cynthia
mi passi una scodella per la panna?” e cercavo la scodella a frullo.
Si, passavo ore a cercare utensili anche inesistenti:
d’altronde ogni cosa in cucina dovrebbe avere il suo debito strumento, se esso non
ci fosse, allora questo non sarebbe più il paese più fico del mondo.
La cosa più bella in assoluto era decorare l’albero; era
anche più divertente dello scartare ammassi di stracci della Salvation Army la
mattina del 25.
Perfino Ignacio aveva dimostrato una certa scocciatura nell’essere
rimpiazzato come decoratore, ma ovviamente ciò era dovuto alla sua particolarissima
sensibilità artistica: passava dai tappi di bottiglia a tutta una serie d’oggetti
contaminati da malattie che probabilmente andavano dall’HIV al tetano.
Quel Natale, come sempre, aspettavamo ammassati contro la
finestra di vedere la Dodge Coronet
svoltare l’angolo; nel frattempo facevo a gara con Felipe per vedere chi faceva
la più grossa macchia d’alito sul vetro.
La macchina evidentemente aveva fatto una giro diverso,
perché Nico e papi erano entrati a sorpresa con un albero gigantesco: era
talmente grande che al solo pensiero di passare ore a decorarlo mi veniva
l’acquolina in bocca…”I biscotti sono pronti venite a mangiarli!” ah, ecco… erano
i biscotti.
Intanto Nico stava cercando di far in modo che l’albero
stesse in piedi, mentre io non riuscivo a spiegarmi perché non lo facesse…tutti
gli alberi stanno in piedi. In seguito papi mi spiegò che l’avevano pagato poco
risparmiando sulla schifosa base.
Il risultato fu che dopo due ore l’albero non stava ancora
in piedi, la mia pazienza cominciava ad esaurirsi e, ovviamente, i due uomini
di casa erano esausti e, come sempre senza consultarmi, avevano deciso di continuare
il giorno seguente a cercare un sistema per farlo stare in piedi.
La mami provò prima ad allettarmi con biscotti extra, ma fu
inutile: continuavo ad urlare come una pazza, tanto che il Signor Zboromirsky
si fece sentire con dei colpi dall’altro lato della parete, grazie ad essi
avrei poi compreso le origini del codice
morse.
Poi vennero le sculacciate, ma smise presto: ero abituata a
ben di peggio e avevo il sedere più duro delle torte della Signora Gupta della
2-B. Infine esasperata minacciò di togliermi la posizione di capo decoratore, allora
anche il mio piccolo cervello di 7 anni iniziò a fare i conti.
Mentre passavano le ore i miei pensieri tornavano
costantemente allo scarno albero in salotto, piegato a 90 contro il muro… cosi
patetico e triste. Come sarebbe stato bello se Papa Navidad fosse venuto
durante la notte a rimetterlo in piedi, e decorarlo con milioni di stelle e,
infine, mi avesse chiamata e mi avesse sollevata verso la cima per depositare
la stella più brillante e meravigliosa di tutte; con un occhiolino mi avrebbe
dato il mio regalo in anticipo, per essere stata una brava bambina, e onorare
così il sacro evento.
“Boluda! Santa Claus non esiste! Sono favolette da
marmocchi!”, Ignacio parlò ed io mi alzai senza tanti complimenti.
Vi ho detto che avevo 7 anni, ma voi poveri sciocchi di
certo non potete sapere quale forza immensa battesse già allora all’interno del
mio giovane cranio.
Tenere su quell’albero sarebbe stata una sfida nuova per me:
non mi sarei limitata a decorarlo, ma lo avrei messo stabilmente in piedi e
tutta la mia famiglia mi avrebbe guardato con occhi pieni d’ammirazione,
perfino quel montato di Nicolas avrebbe dovuto ammettere la mia intelligenza.
Passai tutta la notte a mettere in atto il mio piano, ma non
mi fermai li, sarebbe stato ancora più sorprendente una volta che tutti
avessero visto l’albero decorato.
Fu la gioia che
provavo a questa idea a tenermi sveglia per il resto della notte e, ovviamente,
cercai di essere il più silenziosa possibile non volendo rovinare la sorpresa.
Tuttavia, quando ornai stavo per finire di decorare, sentii
qualcuno avvicinarsi: era Nicolas che continuava a battere le palpebre,
strabuzzando gli occhi di continuo. Aveva tutta l’aria di uno che non capiva se
stava ancora sognando o era tutto vero… oh credimi Nico, era tutto vero!
“Cyndi, che carajo stai combinando?!”
Scesi dalla sedia urlando “FERMO!”, con la mano gli indicavo
l’ostacolo invisibile davanti a lui, a quel punto mio fratello si strofinò gli
occhi ancora insonnoliti per focalizzare la trasparente e sottile pellicola
adesiva… a poco più di 5
centimetri dal suo naso! La sua attenzione doveva essere
passata a qualcosa che non capii… perché si girò… si chinò mugolando roba
incomprensibile e, dopo poco, si rimise in piedi fissandomi seriamente.
“Maldita pendeja non avrai riempito la stanza di scotch per
tener fermo l’albero… vero?” feci cenno d’assenso con la testa “Certamente! Ho
fatto una fatica tremenda a spingerlo contro la parete per poi usare lo scotch
a dovere!”.
In poche parole avevo legato l’albero con lo scotch in ogni
modo possibile per far sì che stesse in piedi, anche a casaccio visto che le mie
dimensioni ridotte non erano state molto utili nel procedere all’esatta
disposizione.
Nico si stava ancora guardando intorno attonito, quando la
porta si spalancò lasciando entrare Ignacio ubriaco fradicio (ma quando mai è stato
sobrio questo qua?!).
“Heyyyy….lindo albero…”
“Ti piace Ignacio? Vero che è bello, a Nico non piace!”, ero
disperatamente alla ricerca di un sostegno e una mano amica per convincere
Nicolas, peccato che la mia gioia durò poco: Ignacio infatti si lanciò verso di
me incappando in almeno 3 o 4 barriere di nastro adesivo, mentre Nicolas, che
stava strisciando per terra cercando le forbici, dovette alzarsi per salvarmi
da settanta chili e passa d’uomo ubriaco. Di lì a poco si unirono a noi il resto della famiglia
e….TOC TOC…si, il signor Zboromirsky della 10-B.
Mia madre urlò vedendo la sua unica femmina che si
arrotolava sempre di più nel nastro con Ignacio che, per eliminare lo scotch,
aveva pensato bene di usare l’accendino. Felipe si liberò dalla presa di mia
madre che iniziò urlare anche a lui l’intero piccolo dizionario di spagnolo
scurrile. Mio padre guardava, incapace di pensare a qualcosa di utile da fare,
almeno finché la prima vampata di fuoco non gli fece chiamare i vigili del
fuoco.
Mia madre prese Felipe e con mio padre riuscirono ad uscire
fuori dall’appartamento, Nicolas arrivò da me e mi trascinò fuori dalla
finestra mentre cercavo di liberarmi: “Ignacio!!!!!”, non potevamo lasciarlo lì
dentro e, mentre mi dimenavo e piangevo, vidi che quel deficiente era riuscito
ad eludere le fiamme usando l’albero come scudo… ed addio albero!
Dopo una dovuta ramanzina ai miei da parte dei vigili, e
l’altrettanto dovuta ramanzina a noi dai nostri genitori (Hey! Che ci fa Nico
dalla parte dei genitori?!) tornammo nell’appartamento. Stranamente i danni
erano piuttosto contenuti, solo in seguito venni a sapere che papi aveva usato
la pompa nel corridoio.
Niente albero, niente Natale… ma non niente regali. Evidentemente
i deficienti avevano già fatto lo shopping Natalizio. Oh che gioia e quale
tripudio… un pigiamino con le renne….
vi lascio immaginare la felicità di ricevere un regalo
simile.
Stranamente il regalo d’Ignacio sembrava più interessante:
un libro di Danielle Steel intitolato “Il Regalo Perfetto”. Mi avvicinai a
Ignacio chiedendogli di passarlo ai nostri genitori, chissà che non vi
trovassero idee migliori per i regali dei loro poveri figli!
Così invece di un albero di Natale, ne costruii uno di
cartone con palline e decorazioni disegnate per compensare l’assenza di quelle
vere, l’unica consolazione era sapere che la torta di carne e patate resisteva ogni
anno.
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