"Ricorda, Infante, senza Fede, la paura è la sola cosa che ti resterà quando tutto intorno a te si farà nero."
Il ricordo vivido e rumoroso di queste parole pronunciate dal suo Sire riscosse improvvisamente Enrico dal suo pesante torpore, come pochi altri sogni sarebbero stati in grado di fare. Era seminudo, coperto di sangue, nel bel mezzo di una verde radura, rischiarata da un tranquillo chiaro di luna.
L'Ombra della Dannazione: Preludio. | Blog Henry
Confusione, panico, disorientamento... sensazioni che occuparono la sua mente finché i suoi sensi sovrannaturali non ebbero modo di studiare il luogo e realizzare il pericolo che stava correndo, lontano da un centro abitato, in balia delle bestie della Luna, o peggio. Poco distante da lui, infatti, un altro Fratello stava seduto con la schiena appoggiata ad un pino. "Finalmente sei tornato in te. Credevo che avresti atteso il bacio del sole dormendo il sonno del giusto!" Sussurrò con tono ironico la figura seduta.
Frederic. Progenie del suo stesso Sire. L'assassino diabolista del loro stesso sangue.
La consapevolezza degli avvenimenti delle ultime due notti riempirono la mente di Enrico come un torrente in piena, talmente potente che gli argini non potevano contenere la forza della corrente. Argini senza i quali il dolore era ancora più vivido e pungente. "Tu..." ringhiando nella direzione di Frederic, Enrico sentiva distintamentela furia interiore della Bestia premere contro la sua coscienza per essere liberata ancora. Feroce, assetata di sangue e vendetta ,selvaggia e fuori da ogni controllo: questo era il demone contro cui ogni figlio di Caino doveva combattere tutte le notti, fino alla fine dell'Eternità... se fosse stato abbastanza fortunato da sopravvivere per arrivarci. Con la rabbia ed i ricordi arrivò prepotente la chiarezza di quello che era accaduto.
Aveva cavalcato due notti con alcune guardie del corpo per raggiungere, stanare ed uccidere Frederic, per lavare l'onta di cui si era macchiato, per placare la sua sete incontenibile di vendetta e persedare la rabbia che lo stava divorando. Le guardie non erano, purtroppo, consapevoli della sua natura di non-morto, o meglio, non erano state ufficialmente informate; probabilmente sospettavano qualcosa, ma l'urgenza e la segretezza della loro missione giustificava l'ordine di Enrico di dormire durante il giorno per cavalcare durante la notte e viaggiare in incognito. Il problema era che avevano effettivamente scovato la preda: Frederic era apparentemente in viaggio da solo, e sostava in una radura. Nel confronto con lui, Enrico aveva abbandonato la prudenza e perso il controllo. Totalmente. La Sete di cui soffriva non lo aveva certo aiutato: nell'urgenza di scovare il traditore diabolista aveva, infatti, tralasciato di nutrirsi come avrebbe dovuto. Un errore imperdonabile, oltre che da vero e proprio novellino.
"Non pensavo che fossi così ingenuo da affrontarmi assetato, fratello" ridacchiava Frederic, "Mi hai seriamente risparmiato un sacco di noie occupandoti tu stesso dei tuoi mercenari mentre placavi la tua Sete" terminò il Lasombra con tono serio ed al contempo pieno di scherno. Enrico sbarrò gli occhi, mentre riviveva tutto quello che era accaduto, come uno spettatore inerme che non vuole vedere, ma non può fare altrimenti. Si guardava le mani macchiate di sangue, ne percepiva distintamente l'odore e riviveva il terrore e la paura negli occhi delle sue guardie mentre le divorava, consumando ferocemente ed inumanamente il loro sangue. Solo una era sopravvissuta: fuggendo mentre le altre due combattevano per la loro vita. "Non preoccuparti per i corpi fratellino... me ne sono occupato io. Ci sono abituato, in fondo. Ormai è da più o meno un secolo che pongo sempre rimedio alla tua inettitudine, non è così?".
Enrico era sconvolto, furente e distrutto. Strinse forti i pugni e ringhiò qualcosa di indefinito all'indirizzo del fratello. "Oh, suvvia Enrico... questo comportamento non rende onore al tuo casato, a ciò che sei. Vuoi forse disonorare il nobile sangue che porti dentro? Il nostro compianto Sire non ti ha forse insegnato come si comporta un vero Lasombra in ogni circostanza?"
Enrico si obbligò a controllarsi, pur cercando di combattere col rimorso che attanagliava la sua coscienza, con la Bestia che ruggiva feroce e potente in lui e con la rabbia che provava nel sentire parlare così impunemente il fratello del loro padre nel sangue. In realtà, tuttavia, i sentimenti coi quali realmente combatteva Enrico erano quelli che aveva provato per Frederic, suo fratello, suo modello di condotta... la figura integerrima cui si era ispirato per plasmare la sua non-vita. "Tu ci hai traditi, bastardo! hai ucciso nostro padre, hai distrutto la mia fiducia, hai hai...." una lacrima scarlatta rigò il volto sporco di Enrico, mentre questi si sentiva così stupido ed infantile: stava davanti al nemico che aveva giurato di annientare e cosa faceva? Piangeva. "Quale dimostrazione di forza e maturità fratellino... eppure avevo avvisato nostro padre. Gli avevo detto che non mi sembravi adatto alla non-vita. Ma lui era così innamorato della tua innocenza! Ora che condivido parte di quello che è stato, mi è anche più chiaro il perché ti abbia scelto. Vedeva in te una luce di qualcosa che a lui mancava, pur nella sua tanto incrollabile quanto inutile fede. Ciò non toglie che, a mio avviso, tu non eri e non sei adatto alla vita nel sangue di Caino. Non nella stirpe del fu Lasombra, quanto meno."
Queste parole bruciavano come fuoco liquido nel cuore e nella testa di Enrico, reso incapace di muoversi e reagire di fronte alla sicurezza e allo sprezzo del fratello. "Davvero ancora non capisci, Enrico? Tu che sei stato così tanto vicino a nostro padre in questi ultimi lunghi anni?" Una breve pausa di silenzio: Frederic contemplava la patetica figura di Enrico d'Este e così facendo piegò la testa su un lato, in un apparente gesto di familiarità e comprensione. "Non hai visto la sua ansia crescere? La sua preoccupazione divenire di notte in notte sempre più urgente? La sua Fede vacillare?"
"NO!" Tuonò Enrico tra le lacrime. "Lui era certo e saldo, lui sapeva come sopravvivere anche in questi tempi così difficili per i figli della nostra maledizione! Lui era sopravvissuto al voltafaccia del nostro clan, aveva preservato le antiche vie e onorava i patti precedenti alla caduta del nostro più Antico!" Enrico stesso sentiva di parlare con la voce dei sentimenti, e non con quella della ragione. Le parole di Frederic non erano del tutto false. Negli ultimi cinque anni aveva visto un cambiamento nel suo Sire. Impercettibile, per la verità: com'era tradizione del clan delle Ombre, Egli sapeva come celare i suoi veri pensieri agli occhi di un interlocutore occasionale, ma Enrico non era una persona qualunque. Aveva vissuto per anni a stretto contatto col proprio padre nel sangue, e sapeva distinguere un cambiamento, seppure minimo, nel suo animo. Questo, tuttavia, non significava che Frederic avesse ragione sul resto. Agli occhi di Enrico, erano soltanto congetture. "Enrico perché non vuoi ascoltarmi? Ti sto parlando sinceramente, come ho sempre fatto." L'espressione di Frederic pareva così compassionevole, così coinvolta... degna di un attore consumato. I suoi occhi rilucevano nella notte di un azzurro sereno, tranquillizzante, accogliente. Tutto in lui invitava ad ascoltarlo, a fidarsi di lui, adabbandonarsi alla veridicità delle sue parole. "Enrico... è con un grave peso sul cuore che te lo dico, ti avrei risparmiato volentieri questa oscura verità, ma... è stato il nostro stesso padre a chiedermi, a supplicarmi di porre fine alla sua esistenza. Era talmente esausto che voleva bearsi del Nulla e del Vuoto". Enrico guardò minaccioso in direzione di Frederic. "Come osi cercare di vendermi una simile buffonata! Nostro padre era profondamente cattolico, nulla per lui era più prezioso dell'integrità della sua Anima, se non la sua stessa Fede!"
"Enrico, Enrico... sei così ingenuo che mi fai quasi sorridere. Per te la Maledizione di Caino è ancora un gioco. Una nuova scoperta. Hai poco più di 100 anni, cosa pensi di sapere di quello che passava per la testa di nostro padre, antico com'era? E cosa pensi di sapere della Fede, tu? O credi che io abbia rinnegato la mia per un puro vezzo? Non offendere la mia intelligenza, infante!"
"Quello che è accaduto ad Eva non è una giustificazione Frederic! La tua infante è stata vittima della stupidità umana e della mala sorte!"
"No, Enrico, la sua morte ultima è stata per me un faro. Mi ha illuminato come nient'altro poteva fare. Ho visto la futilità dei patti stretti coi nostri fratelli, ho visto quanto in realtà sia importante contare su legami più definitivi e vincolanti, tali per cui si sia disposti a mettersi realmente in gioco al di là delle mere parole."
La rabbia di Enrico stava scemando, per lasciare il posto ad una fredda determinazione. Ne aveva avuto abbastanza del cianciare del fratello, non gli importava più di nulla, il suo unico scopo era uccidere il bastardo che aveva tradito la sua fiducia in maniera tanto grave ed irreversibile.
"Non sai quello di cui stai parlando, Frederic!" "No Enrico, lo so bene eccome... tu ancora vivi troppo legato alle illusioni delle quali ti compiaci per comprendere quale sia il reale fardello del vivere. Ho pietà di te, vattene ora, finché sei intempo, perché in un confronto diretto con me non sopravviveresti. Se il fato lo vorrà, un giorno potrai provarmi l'onestà dei tuoi argomenti, quando avrai l'esperienza e l'età per comprendere meglio ciò di cui pretendi di parlare" Le parole di Frederic avevano del definitivo, considerava la questione chiusa, evidentemente.
"Frederic, se pensi di cavartela con delle belle parole ti sbagli di grosso! Sono cresciuto più di quanto ti ostini a credere!" Lo sfidò Enrico. "Fratello... fino ad una settimana fa veneravi il suolo sul quale camminavo, avevi timore d'incrociare il mio sguardo e ora... ora vorresti sfidarmi? Ne hai di strada da fare. Se e quando diventerai un avversario degno dei miei sforzi, allora e solo allora continueremo questa conversazione. Ora è tardi. E non siamo più soli in questa radura, è tempo per me di congedarmi. Porta i miei saluti a Sir Richard Henry, Barone di Conwy, e digli da parte mia che spero di finire anche con lui una conversazioneiniziata molto tempo fa, una che certamente non avrà dimenticato, dal momento che si svolse sotto un chiaro di luna simile a questo. Pur tuttavia, all'epoca, non eravamo ancora maledetti nella progenie di Caino."
Così dicendo, Frederic alzò una mano in un amichevole gesto di saluto, prima di essere inghiottito dalle ombre alle sue spalle, e svanire così nella notte.
Enrico rimase a lungo impotente a fissare il limitare della radura: nel luogo in cui Frederic era stato seduto rimanevano solo alcuni vestiti. Da quello stesso punto, di lì a poco, emerse dall'ombra fitta una figura femminile vestita con una leggera armatura di cuoio ed una spada bastarda rivestita di lucente argento, che brandiva con una sola mano. Lo sguardo duro e l'espressione arcigna erano inconfondibili: si trattava di Raven Winterheart. La giovane Gangrel aveva accettato per qualche anno di servire come guardia del corpo del Sire di Enrico, su richiesta ed intercessione di Antonius Maximus, suo alleato ed amico di vecchia data.
"Almeno quel diavolo ti ha lasciato qualcosa da metterti." Così dicendo Raven raccolse gli indumenti e li lanciò verso l'incredulo Enrico. "Beh, che diavolo stai aspettando? Natale? Copriti, sei indecente così. E andiamocene, questo non è un luogo sicuro" Raven sembrava in effetti sulle spine. Tendeva l'orecchio ad ogni rumore e, con gli Occhi della Bestia, scrutava ogni angolo buio. "Raven... cosa ci fai qui?" La donna lo guardò stizzita, come se la risposta fosse ovvia e scontata "Per impedirtidi fare la più grossa stupidaggine della tua vita, pivello! Perché sennò? E ora andiamocene."
L'alba arrivò di lì a poche ore: nella radura non rimase nulla a testimoniare delle tensioni e delle lotte della notte passata; nulla se non qualche traccia di sangue di cui la terra si sarebbe presto nutrita.
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