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Trailing Madness. On the Edge of Darkness, I
Monday 25 August 2008
 
Scritto da Lord Caedric Allen Aston,

 

In questa breve serie sarà sollevato un velo su quanto accadde a Rochelle De La Roche durante la prigionia; quali pensieri, sentimenti e desideri l'abbiano accompagnata e, troppo spesso, tormentata.

Senza mai lasciarla. Mai.

(le notti successive a: "Terzo tempo, conclusione. Die for my sins")

 

CAGED

cella_buia.jpg

 

"Basta così per stanotte. Riprenderemo l'interrogatorio domani. E' davvero un peccato che sia stata vietata la procedura, scommetto che avremmo già raggiunto dei risultati!".

L'altra guardia non risponde limitandosi a sbuffare il proprio fastidio, per tutta risposta il primo stringe un po' di più le manette, tutte. Un gemito traditore sfugge alle mie labbra, a mia discolpa posso dire che se dovessi respirare sarei già soffocata da un pezzo.

Ospitalità Tremere... quasi sorrido pensando a quanto volentieri presenterei le mie rimostranze ai padroni di casa.

I laidi commenti dei carcerieri mi scivolano addosso, traggo un minimo di soddisfazione al pensiero che non si permetterebbero nulla del genere se solo avessi le manette un po' più larghe o un cerchio di confinamento in meno.

Finalmente se ne vanno, cerco di non pensare che con tutta probabilità rivedrò le loro facce domani notte. Se non altro la procedura non mi è più stata inflitta, che bella parola per evitare di dire tortura, sporchi ipocriti...

- "Nessuno la toccherà mai più! La tortura è tassativamente vietata! Altrimenti..." -

Dannazione! Non voglio pensarci, non devo pensarci! Provo a chiudere la mente, ma è tardi.

E' sempre troppo tardi. Le spine sono sempre lì, conficcate in profondità, se anche mi strappassi il cuore non servirebbe a niente.

Fa freddo... dannatamente freddo.

Ma non è l'umidità di questa cella sotterranea, ne la morsa inclemente delle manette che mi incatenano alla parete, la temperatura non può più darmi fastidio dopotutto.

E' un diverso tipo di gelo, quello che sento e che mi attanaglia da più tempo di quanto mi piaccia ricordare o ammettere: è il gelo delle ombre, il gelo che sovrano regna sulle tenebre dentro di me.

Sono anni che non sento altro. Come un quadro di cui si siano persi i colori, una canzone di cui sia rimasto solo un flebile eco... come l'ultimo fiore d'autunno sorpreso dall'inverno, io sono gelata.

Credevo di essermene fatta una ragione ormai, evidentemente non è così.

Oblio e dimenticanza non mi soccorrono, ma del resto non l'hanno mai fatto; neppure mettendo la mia stessa vita sull'altare del sacrificio ad invocarli, ho ottenuto l'agognato silenzio, la fine di quell'assurdo rincorrersi di pensieri e sentimenti chiamato esistenza.

Ho avuto invece la vita eterna, la possibilità di perdurare al di là del tempo... nient'altro che un'eternità per soffrire.

La verità è che non c'è fine al mio tormento, neppure il tempo ormai può nulla contro ciò che mi condanna.

Quand'anche mi strappassi gli occhi, perforassi i timpani o bruciassi ogni centimetro della mia pelle, ricorderei ugualmente. Ogni sorriso. Ogni parola. Ogni carezza.

Ogni cosa.  

Ricorderei che non è sempre stato così.

Ricorderei che v'è stato un tempo in cui gelo ed ombra erano lontani da me come la notte lo è dal giorno, un tempo in cui tutto ciò che provavo era calore, un tempo in cui pareva che il Sole stesso camminasse al mio fianco, l'Età dell'Oro...

 

Della mia vita prima di... prima della Cornovaglia non ho quasi alcun ricordo. Solo immagini frammentate, riflessi di sensazioni, ricordi di suoni, impressioni di profumi.

Mia madre è l'evanescente protagonista di ognuno di essi. Isabeau Laurant.

Il suo profumo, essenza di gelsomino, ed una melodia senza parole che, incredibilmente, mormoro ancora oggi prima di cedere al sonno, sono i soli ricordi di lei che so essere genuini, miei. Tutto il resto sono immagini ricreate dai racconti di qualcun altro, in particolare di mio padre.

Del resto non avevo ancora quattro anni quando lei morì. Una grave malattia di cui non ho mai voluto conoscere il nome, prima di ucciderla le rubò la vista. Secondo mio padre io ho i suoi occhi, gli occhi d'argento che l'invidiosa malattia non riuscì a portare via.

E la ruota, certo... un disadorno ciondolo anch'esso d'argento, una croce celtica inscritta in un cerchio. Chissà per quale ragione, esso costituiva il suo possedimento più prezioso, come lo è stato anche per me.

Esso era il mio cuore... che metafora sfruttata, così romanticamente ingenua, perfetta per me dopotutto. Qualcosa di già visto e già sentito, qualcosa di dolce verso cui s'indulge come con gli innocenti capricci di un bambino; qualcosa di cui si sorride sospirando, senza mai crederci veramente...

Ma io ci credevo. Ciecamente, totalmente, in modo assoluto.

Il mio ottavo compleanno, il 21 settembre del 1986, fu l'ultimo che trascorsi in Francia. Nel febbraio successivo ci trasferimmo in Cornovaglia, dove mio padre aveva comprato una tenuta anni prima: credo non potesse sopportare l'idea di continuare a vivere dove  ogni cosa gli parlava dell'amore che non avrebbe più rivisto. Dio sa quanto l'avrei compreso in futuro...

Il buon vecchio Gilles mi vendette bene il trasferimento, mi disse che avremmo vissuto nella terra in cui era nato il leggendario Re Artù, nella terra dove esisteva ancora la magia, dove persino l'aria era tale da rendere il suono del violino più armonioso.

Mi disse che avrei conosciuto la magia e che sarei stata felice come non mai.

Non mentiva. Dannazione...

Voglio fermarmi qui. Quello che sto facendo non ha senso, il passato non ritorna. Le menzogne di una vita non devono avvelenare l'eternità... ma che dico..? Devo essere più debole di quanto non credessi. Non riesco a smettere, la volontà non mi obbedisce ed io...

Affondo, lentamente, maledicendo il sollievo che ciò porta al mio spirito...

 

A colpirmi fu l'assoluta solitudine che emanava, ogni cosa in lui la irradiava.

ali.jpg

Io conoscevo quella solitudine, quella cosa fredda che, strisciando, tentava di ghermirmi il cuore, ma non ci riusciva mai. Non le permettevo di prendermi, correvo da mio padre ed essa svaniva, il punto tuttavia è che io volevo scomparisse.

Lui invece ne era avvolto... e non faceva nulla per sottrarvisi.

L'avevo visto già molte volte, ma lui non se n'era mai accorto, del resto lo seguivo da lontano proprio per non farmi vedere. Andava sempre alle scogliere, sempre seguendo il medesimo sentiero; laggiù restava a guardare il mare per ore, lasciandosi alla solitudine.

Mi incuriosiva.

Un giorno raccolsi tutto il mio considerevole coraggio e decisi che gli avrei parlato, avevo infatti letto che solo parlando con un Faerie lo si può riconoscere davvero. Credevo fosse un abitante dell'altro mondo...

A folgorarmi furono i suoi occhi, come fossero d'oro liquido, luce dai mille riflessi, pozzi infiniti di misteri e promesse.

occhi_doro.jpg

Dio... possibile che del Sole non abbia un ricordo altrettanto chiaro?

Nel mio cuore allora credetti di sapere chi fosse, non un Faerie, ma un Angelo... un Angelo venuto per me. Certo non glielo dissi, nella mia mente di bambina ero convinta dovesse restare un segreto, pena la sua immediata partenza.

Già allora una simile eventualità (che se andasse... che andasse via per non tornare mai più...) mi terrorizzava, e non mi aveva ancora neppure parlato!

Mi parve profondamente sorpreso, pensai che probabilmente non credeva di poter essere visto da nessuno, a riprova del suo essere magico.

Non riusciva a parlare. Me ne accorsi quasi subito, ma non vi detti troppo peso, ero infatti convinta... no, io sapevo che avrei potuto aiutarlo, ne ero certa.

Non raccontai subito a mio padre del nostro incontro, non so esattamente perché, ma lo feci solo dopo qualche settimana quando era oramai evidente che nelle mie uscite avevo una meta precisa: lo raggiungevo ogni pomeriggio, sempre nello stesso luogo alla stessa ora.

Il sentiero che portava alle scogliere costeggiava il lato più lontano dei vigneti della mia tenuta (veniva direttamente dal Castello, ma all'epoca non lo sapevo) e si allontanava verso ovest attraversando il bosco. Oltre gli alberi proseguiva inerpicandosi su per le colline battute dal vento fino a che, improvvisamente come d'incanto, il mare si stendeva di fronte a me, molti metri più in basso.

Dava una strana sensazione, come se un solo passo potesse fare la differenza tra il mondo che conoscevo ed il nulla (o l'infinito) dell'Oceano.

Lui era sempre lì, seduto sull'erba a poco più di un metro dal vuoto.

Dopo qualche giorno iniziò a salutarmi con gli occhi: non un vero e proprio saluto, si trattava più di uno sguardo diretto che significava ‘so che ci sei'. Quei pochi istanti mi bastavano, ne ero felice. Per il resto mostrava di considerarmi a malapena, tuttavia, ancora una volta senza essere in grado di spiegarmene il perché, sapevo che mi ascoltava.

Gli raccontai ogni cosa di me, senza alcuna riserva; ma soprattutto gli raccontai di mia madre, l'unico argomento che faticavo ad affrontare con mio padre...

Dopo appena un paio di settimane non ebbi più alcun problema nell'interpretare il suo modo di comunicare: in lui più di tutto parlavano gli occhi, potevo quasi leggervi ciò che intendeva dire. Sarebbe stato così anche in seguito: sempre avrei cercato le risposte nel suo sguardo prima che in ogni altra cosa, finchè nei suoi occhi non sarei giunta a scorgerne i pensieri, le sensazioni, i sentimenti... almeno così credevo.

Un pomeriggio di molte settimane dopo, l'estate stava finendo, giunsi alle scogliere con quasi un'ora di ritardo; mio padre mi aveva trattenuta per riordinare la mia stanza. Fu la prima volta che provai risentimento nei sui confronti: se lui se ne fosse andato non avrei perdonato papa Gilles, mai.

Corsi, corsi come raramente facevo, gettandomi oltre i filari, oltre gli alberi, oltre ogni curva ed ogni masso.

Corsi immaginando che, se avessi trovato la cima delle scogliere deserta, se lui non ci fosse stato, non sarei riuscita a fermarmi e sarei volata oltre il margine, nell'Oceano.

Ma lui era lì, ed io mi fermai. Non precipitai nell'Oceano solo per perdermi in un altro genere d'infinito...

Era in piedi, era preoccupato, era spaventato, era sollevato. Tutto nei suoi occhi.

Cercai di giustificarmi, ma le parole finirono col morirmi sulle labbra poco dopo. Lui arrossì? Forse, mi piace pensare di si.

La sua voce era bassa e arrochita dall'inattività, stringeva i pugni per la concentrazione, i suoi occhi non avevano mai brillato così prima...

Forse non si tratta che di sogni, ricordi artefatti, falsati dal mio cuore traditore, eppure...

 

"Cäed...".

La mia voce è appena un sussurro, il suo nome mi è sfuggito dalle labbra. Una melodia diversa da quella di mia madre e, forse, ancor più amata. Chiudo gli occhi...

Là fuori, da qualche parte, il Sole sta sorgendo.

Là fuori, da qualche parte, il Sole sta per cedere al medesimo mio oblio.

tramonto_piccolo.jpg


Commenti utenti (2) File RSS dei commenti
Postato il Henry Eeast, 29-08-2008 07:14,
1. Sul passato
Certi fantasmi non andrebbero rievocati. In nessuna circostanza, anche a costo di perdere una parte di se... a volte dimenticare è un bene. 
 
David Gilmour - Sorrow
 
» Rispondi a questo commento
» Vedi le 2 risposte

Postato il Samael Blackwood, 26-08-2008 11:23,
2. ...
Forse, invece che età dell'oro, volevi dire età del diamante...
 
» Rispondi a questo commento

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