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-Confessami i tuoi peccati, figliolo. -la voce del sacerdote mi giunse cavernosa e artificiosa, come di un giovane che tenta di emulare il timbro di un adulto.
L'operazione di pulizia della mia anima non durò nemmeno un minuto. Dopotutto, il mio cuore era bianco come la neve. Spassarmela con Marie-Jeannette poteva considerarsi un peccato? No, una reciproca elargizione di affetto, casomai. Bere birra e fumare nottetempo sul tetto in compagnia del prof di matematica, un uomo che ancora si credeva un adolescente, poteva essere inscritto al peccato capitale di gola? In fondo, non mi dissetavo ancora di sangue...
Così, il sacerdote mi impartì soltanto un'Ave Maria da recitare, ma prima di benedirmi, udii un frugare all'interno del confessionale insieme a una risatina mal celata. Ed ecco che dalla grata iniziò a fuoriuscire un fumo denso e profumato, incenso della migliore qualità, ma non era incenso comune. Mi sentii girare la testa e fui costretto a uscire barcollando dal confessionale e ad accasciarmi a terra. La navata della chiesa prese a pulsare e tremolare. Di quale diabolico sortilegio ero vittima! E con quale orrore vidi uscire il sacerdote dal confessionale, e con quale viscerale terrore ne riconobbi le fattezze e gli inconfondibili lineamenti. Traete un respiro profondo, lettori, poiché di fronte a me, si stagliava in tutta la sua perturbante bellezza Bagoa, abbigliato in una blasfema tonaca scarlatta, di raso certamente. Fu quello uno degli innumerevoli episodi in cui mi capitava di incontrarlo.
Con quali osceni gesti faceva ondeggiare il turibolo. Quanto languidamente si stava chinando su di me, per compiere ciò che non potevo e non volevo neppure immaginare. Ma...c'è sempre un ma salvifico in ogni storia. Ma qualcuno accorse in mio aiuto. Non Isolde, ma il buon padre Asrael, che assestò un pugno nello stomaco a Bagoa, facendolo rovinare goffamente a terra. Come un demonio di fronte a un crocifisso, indietreggiò e uscì dalla chiesa, emettendo rantoli di dolore misti a imprecazioni soffocate. Oh, ma i fumi di quella droga mi avevano completamente avvinto e il sonno mi soggiogò.
Quando mi svegliai, mi trovai in canonica, tra lenzuola piuttosto dozzinali. "Voto di povertà", pensai. Al mio capezzale, seduto su uno scomodo sgabello, se ne stava in apprensione padre Asrael, che mi porse prontamente una tazza di vino caldo. Annuendo con la testa, trangugiai la bevanda, dal momento che il vino rappresentava un lusso per gli studenti. L'unico modo per bere alcolici, era corrompere qualche professore o qualche bidello. Deliziato e un po' alticcio, comunque, ringraziai di tutto cuore padre Asrael. Ne seguì una conversazione piacevole, durante la quale mi raccontò che il nostro precedente sacerdote, padre Francisco, era stato suo grande amico e maestro. Anche padre Francisco, sappiate, era piuttosto giovane per il suo mestiere. Doveva avere più o meno una cinquantina d'anni ed era stato inoltre compagno di liceo del nostro preside, nei tempi passati. Fu durante il seminario, che Asrael aveva incontrato Francisco. Precisamente, il giorno in cui quest'ultimo aveva preso i voti. In seguito, Francisco si divideva tra la sua piccola parrocchia di periferia che gli era stata assegnata e altri impegni all'interno dell'università. Amava conversare con i ragazzi, aiutarli nelle ricerche bibliografiche e ascoltare le loro confessioni. Era davvero un uomo di cuore, su questo ci trovavamo d'accordo.
E proprio perché Asrael lo stimava così tanto, la notizia del suo allontanamento lo aveva lasciato atterritto. Il preside lo aveva accusato del peggiore dei delitti, della più lubrica delle perversioni, ovvero di avere avvicinato degli studenti per fini immorali. Il preside aveva ricevuto delle confessioni in privato, da parte di ragazzi che non volevano assulatamente rivelarsi. Niente di grave, nessuno fu corrotto nel corpo, ma solo nell'anima, a causa di parole che per niente si addicevano alle labbra di un uomo di Dio. Il resto della storia lo conosciamo già. Sicuramente, padre Francisco ha pregato per l'anima del preside, alla notizia della sua morte.
Ormai era buio. Avevo dormito per molte ore e Asrael mi consiglio di tornare subito al dormitorio. La cena era già stata servita, ormai, e accorgendosene, mi propose di mangiare in sua compagnia. Accettai naturalmente e mi sedetti alla sua tavola. Un'ora dopo, sotto la luna piena, camminavo lentamente verso il mio dormitorio, assaporando con calma l'aria fresca della sera e con il quale riscaldato dalla compagnia di Asrael. Era sicuramente nata un'amicizia.
Prima di andare a dormire, però, feci un salto da Marie-Jeannette. Dopotutto, erano solo le dieci di sera e il custode dell'ala dell'istituto in cui alloggiavo provava una certa simpatia per me. Bastava poco a corromperlo. Una stecca di sigarette al mese. Per cui, bussai alla porta della lavanderia e Marie-Jeannette mi accolse come un cagnolino festoso. Soprassediamo per la seguente mezz'ora di eventi. Facciamo un piccolo salto in avanti nel tempo ed eccoci sdraiati tra le lenzuola fresche di bucato a chiacchierare. Le raccontai della mia disavventura, di Asrael e della sua amicizia con padre Francisco. Allora, Marie-Jeannette si accigliò. La incalzai affinché mi rivelasse il motivo di tanta preoccupazione. -Vedi, Samael, oggi, mentre toglievo le lenzuola vecchie dal letto della vice-preside, ho origliato mentre parlava con la professoressa di latino, nella stanza di fianco. Sul luogo del delitto, la polizia aveva trovato un pezzetto di tessuto, nero, nero come una tonaca. Ma c'è dell'altro, Samael. Padre Francisco è irreperibile da due giorni. Ha abbandonato la sua nuova parrocchia senza lasciare traccia. -
-Vuoi dire che...il preside non è morto accidentalmente cadendo dalla finestra, come ci è stato detto? Che è sto ucciso da...non posso crederlo! E' impensabile! -
Marie-Jeannette non aggiunse altro. Era tardi. Dovevo andare in camera mia.
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