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Il confessionale degli eretici V
Wednesday 19 December 2007
 
Scritto da Samael,

 

Fate finta di ascoltare la colonna sonora di un film horror a caso, o di un thriller. Avete presente quelle melodie senza spessore, ricavate da un banale sintetizzatore, quei suoni bassi ed elettrici che si espandono e sembrano prolungarsi all'infinito. Qualche trillo acuto, poi ancora quella vibrazione cupa e ossessiva. Ebbene, nella mia mente riecheggiava quel suono, mentre chiudevo prudentemente l'anta dell'armadio, cercando di non provocare il minimo rumore. Trovarsi in casa di un assassino quando questi sta giusto rientrando, svelare il suo segreto e nello stesso istante percepire una voce flebile che sussurra "pericolo" al tuo orecchio, avvertire il respiro ansimante della paura sulla nuca e radunare i pensieri per trovare una via di fuga da quella situazione...ecco in quali frangenti mi trovavo.

 

Veloce come un lampo balzai fuori dalla camera di Asrael. Non si trovava in corridoio. Mi diressi lentamente verso il soggiorno, mentre elaboravo una scusa plausibile per non averlo atteso lì. Qualcosa tipo "avevo bisogno del bagno". Oh, che scusa patetica...Già mi immaginavo mentre trattenevo a stento l'emozione. "Oh, com'è tardi. Devo proprio andare". E lui mi avrebbe domandato cos'ero passato a fare. "Niente di ché, solo salutarti. Ciao!". Non si trovava neppure in soggiorno. La porta distava solo una manciata di passi da me. Dovevo afferrare l'attimo e fuggire. Ma dove diavolo si era nascosto? Avanzai verso l'uscita, strinsi la maniglia e...un dolore accecante mi esplose all'altezza della nuca. Ovviamente, svenni.

Non so per quanto tempo rimasi privo di coscienza. Tuttavia, quando mi svegliai mi trovavo in chiesa, la testa ancora dolorante e la vista annebbiata. Cercai di muovermi e con mio sommo orrore, scoprii che ero legato per i polsi alla ringhiera situata ai piedi dei gradini che salgono verso l'altare. Non era una semplice corda che mi bloccava, ma la catena dorata di un turibolo, intrecciata così strettamente alle aste di ferro battuto che non sarei riuscito in alcun modo a districarne i nodi da solo. Se non l'aveste ancora capito, ero fregato, totalmente avvinto alle oscure intenzioni di Asrael. "Oh,"pensai "mi torturerà, mi sevizierà e mi ucciderà, per poi gettare il mio cadavere in qualche canale fangoso. Oh Bagoa, come vorrei essere stato rapito da te, piuttosto..."

Udii un'eco di passi e da dietro una colonna spuntò Asrael, vestito con quella tonaca strappata. Teneva in mano un calice da cerimonia e lo posò di fronte a me. Era colmo di vino. Si inginocchiò e mi appoggiò la sua mano sulla guancia.

-Non hai qualche domanda da rivolgermi?-la sua voce, così distante, come il suo sguardo.

-Sei stato tu vero? Tu hai ucciso il preside, perché ne eri geloso. Ti ho sentito oggi, mentre parlavi con padre Glen. -

-Oh, adoro gli animaletti curiosi come te...ma spiare è così maleducato, non trovi?-il suo tono si fece sottilmente sprezzante. -Comunque hai ragione. Ho ucciso io il preside e non me ne pento minimamente. Un uomo così volgare e abbietto, indegno di vivere. -

-Eri d'accordo con padre Francisco, vero? Tutti lo credono colpevole. In verità ti sta aspettando, nascosto da qualche parte. -

-Si, mi sta aspettando, ma non eravamo d'accordo. Io l'ho liberato dai ricatti di quell'uomo, senza prima chiedere il suo consenso, tuttavia. -

-Eri a tal punto legato a lui, da compiere un omicidio?-

-Mpf, tu non sai cosa rappresentasse Francisco per me. Posso spiegartelo, brevemente, se vuoi e prima di lasciarti, ti rivelerò anche un'altra cosa, la mia ultima confessione, la confessione di un eretico che ha avvelenato l'amore con l'egoismo e con l'odio. -si alzò in piedi e prese a camminare in cerchio, mentre radunava le parole necessarie a tessere il suo racconto. -Sai cosa significa nascere nella solitudine? Crescere in un istituto, ignari che un bambino debba avere un padre e una madre? -

-Sei un orfano?-

-Pensavo che abbandonare i bambini sul sagrato di una chiesa fosse un'usanza antiquata. Fui trovato così, in una fresca sera di primavera. O almeno, le suore dell'istituto in cui ho vissuto per molti anni mi hanno raccontato questo. Un vecchio prete udì piangere all'esterno, mentre spegneva le candele della chiesa, aprì il portone e vide un fagotto. Mi prese in braccio, mi portò in canonica, vicino al fuoco e l'indomani fui affidato alle cure di un orfanotrofio cattolico, gestito da suore. Per anni non seppi cosa significasse essere orfano. Madre e padre erano parole a me sconosciute, poi, crescendo, ne imparai il significato. Frequentando la scuola elementare, mischiandomi a bambini per così dire normali, scoprii che la mia condizione, che fino a quel momento avevo creduto universale, era in realtà un'anomalia, una misera singolarità. Gli altri bambini parlavano dei loro genitori come di qualcosa di ovvio e io iniziai a provarne la mancanza. Ne idealizzai l'immagine, mi credetti ingiustamente punito dal destino, ma sapevo anche che la mia tristezza non era unica. Condividevo la stessa situazione dei miei amici dell'orfanotrofio. Il mio dolore si mischiava al loro, io ero misero come loro, nulla di speciale, indegno di ricevere più affetto di loro. Oh, sentirsi affranti e accomunato a tanti altri, sapendo di non possedere nessun privilegio in particolare...Intanto, divenni ragazzo. L'orfanotrofio ci permetteva di frequentare la scuola superiore in base alle nostre capacità. Io non ero bravo in nulla in particolare, per cui mi tennero nell'istituto a lavorare. Era il periodo più grigio della mia vita, ma padre Francisco giunse a rischiarare quelle giornate. Ricevette dalla diocesi il compito di celebrare ogni domenica la messa nella cappella dell'orfanotrofio. Notò subito il mio sguardo sofferente, il mio atteggiamento schivo e silenzioso. Feci amicizia con lui, un'amicizia vera. Lui era ancora giovane. Aveva più o meno dieci anni in più di me. Era un prete ai primi incarichi. Avere un confidente cui aprire il cuore è un grande dono, Samael. Con lui potei parlare di cose che fino ad allora avevano abitato soltanto nella mia mente. E fu proprio lui a scoprire la mia peculiarità. Riteneva che io possedessi un animo predisposto alla contemplazione, di natura mistica. Mi consigliò di entrare in seminario e considerai da subito la sua risposta come la risposta che stavo cercando da tanto tempo, una prospettiva nobile e luminosa. -

-Mi avevi detto di avere incontrato padre Francisco in seminario. -

-Ti avevo mentito, perché mi vergogno ancora del mio passato. Non amo essere compianto. Tuttavia, continuai a incontrarlo anche al seminario, dove lavorava saltuariamente. Fu allora che compresi una cosa fondamentale. Non era Dio che volevo servire, ma solo Francisco. Mi beavo della sua ammirazione. Oh, ero completamente cotto di lui, anima e corpo. Patetico, vero? Un ragazzo che decide di farsi prete per l'amore di un uomo, consapevole di dover accettare un voto di castità che in realtà sta già calpestando. La strada per l'inferno è lastricata di buone intenzioni, d'altronde. Pensavo di riuscire a far combaciare la vita spirituale a quella, come dire, corporale. Quando indossavo gli abiti del bravo seminarista, mi dimenticavo delle mie passioni umane, mentre quando bussavo di notte alla porta di Francisco, eliminavo dalla mia mente ogni pensiero sacro, ogni dovere che ero tenuto a rispettare. Ignaro e spensierato vivevo già nella falsità, ma non me ne curavo. Fintanto che ricevevo amore da Francisco, ogni altro aspetto della mia vita assumeva le fattezze di un gioco. E così divenni prete. -

-E padre Francisco è arrivato in questo istituto. -

-Già, -il suo viso si rabbuiò. -e il mio paradiso illusorio appassì. Non ci vedevamo molto spesso in quel periodo, a causa dei nostri impegni. Dopotutto, il nostro rapporto non era fatto di appuntamenti, come normali fidanzati. Il passare del tempo non aveva importanza per noi. Ci godevamo i momenti che potevamo condividere come fortunate oasi di pace. Li estorcevamo ai doveri, nascondendoli dietro un velo di falsa moralità. Però, si dice che in ogni coppia ci sia qualcuno che ama più dell'altro. Forse è vero, è vero che gli occhi di quest'ultimo sono sempre un po' rivolti all'esterno, curiosi di notare nuovi volti, nuovi possibili amori. E così, Francisco mi tradì. Il preside era un uomo magnetico, affascinante. Emanava una forza misteriosa, una sorta di mesmerismo da cui Francisco fu soggiogato. George lo trascinò in un vortice di perversioni, rovinò la sua anima immacolata e Francisco ne era come ipnotizzato. Qualcosa dentro di lui rispondeva alle lusinghe di George, alle sue proposte oscene, alla sua immaginazione infernale. Baudelaire diceva che in ognuno di noi esistono due tensioni, una verso il cielo e una verso l'inferno. E' proprio così, Samael. E' una verità orribile e vergognosa, ma ineluttabile. A volte queste tensioni non hanno modo di svilupparsi e rimangono per sempre sopite. Altre volte, invece, vengono incoraggiate a crescere, a maturare, e conducono a conseguenze impensabili. Io sapevo di loro due. Per caso, scoprii il loro carteggio. Cercai di intromettermi fra di loro, di far rinsavire Francisco. Ti ricordi delle loro lettere? Ho deliberatamente eliminato quelle che parlavano di me, di quel fastidioso elemento disturbante che il preside desiderava in ogni modo cancellare dalla mente di Francisco. -

-Ne ero al corrente ugualmente. -gli confessai. -Ho trovato l'ultima lettere inviata dal preside a Francisco dietro un quadro, in chiesa. -

-Quindi sapevi già tutto...-si stropicciò il mento fra indice e pollice. -Meglio così. Ora, però, lasciami finire questo racconto. Ero esasperato da quella situazione. L'uomo che mi aveva tratto da una vita di sicuro grigiore era stato sedotto e vinto da una creatura spregevole. Cos'avevo rappresentato per lui durante tutti quegli anni? Un atto di carità? Un divertimento? Un cucciolo abbandonato da allevare, educare e infinte gettare nuovamente sul ciglio di una strada? La disperazione mi rese cieco dalla rabbia e mi introdussi in questo istituto. Dovevo risolvere il problema alla radice, eliminare la causa prima delle mie sofferenze. Bussai alla porta del preside e...beh, il resto lo sai. Agii con fredda calma, come un killer. Uccidere mi risultò estremamente naturale, come se da quando fossi nato non avessi fatto altro che sporcarmi le mani col sangue altrui. Fui attento a cancellare ogni prova, ogni indizio che potesse ricondurre a me. Anche per questo eliminai le lettere in cui venivo nominato. Fortunatamente, nessuno sapeva del mio legame con Francisco. Era sempre stato di primaria importanza tenerlo nascosto, ovviamente. -

-Poi, hai confessato a Francisco di essere tu il colpevole di quell'omicidio?-

-Si, certo. -rispose prontamente. -Anzi, glielo dissi con una punta di orgoglio, attendendomi quasi di essere ringraziato per averlo liberato da quella schiavitù. Invece, Francisco impallidì. Prese a urlare, ad accusarmi per quello che avevo fatto. Non era certo mosso da amore nei confronti di George. No, tra di loro non vi era amore, nemmeno un'ombra. Era solo inorridito di fronte alla mia scelleratezza. Tremava, sudava e continuava a inveire contro di me, ferendomi con parole taglienti, parole che aveva tutto il diritto di pronunciare, che si confacevano perfettamente al mio comportamento sconsiderato, ma che in quel momento mi dilaniarono il cuore. Ci trovavamo in questa chiesa. Vedi le catene che ti legano i polsi, Samael? Sono le stesse che ho usato per strangolare Francisco. Reso folle dalle sue accuse, la mia mente in preda a un delirio incontrollabile, le strinsi intorno al suo collo, e come una belva feroce mi godetti ogni singolo istante della sua sofferenza, ogni suo gemito, ogni sua convulsione e infine, mi ritrovai con il suo corpo immobile tra le braccia. Gli baciai il viso, lo bagnai con lacrime che presero a sgorgare sospinte da un dolore indescrivibile. La gravità di quel gesto si stagliò accecante davanti ai miei occhi. Avevo ucciso l'uomo che amavo. Invece di redimerlo, di salvarlo, lo avevo ucciso in nome del mio egoismo. E questo è tutto, Samael. Il mio nome, Asrael, è un nome beffardo. Il nome dell'angelo della morte, il nome di un uomo di Dio che ha elargito la morte a una persona sinceramente buona, condotta in tentazione e corrotta, ma non per questo irredimibile. E tu, Samael, veleno di Dio, sei colui che ha iniettato un siero doloroso nelle ferite che desideravo si rimarginassero. Le hai fatte nuovamente sanguinare, ne hai portato alla luce la marcescenza. -

Il suo racconto terminò. Rabbrividii di timore, perché a quelle parole poteva seguire soltanto il mio silenzio, il mio eterno silenzio. Tuttavia, la paura si mescolava anche a una muta compassione verso Asrael. Avevo di fronte un uomo che aveva camminato lungo un interminabile sentiero di passione, inciampando nel peccato più orribile, nell'omicidio.

Lo guardai mentre rovistava nella tasca dei pantaloni. Ne estrasse una manciata di pillole. Oh, almeno mi avrebbe costretto a morire in maniera non dolorosa. Mi avrebbe concesso il dono del sonno, di una morte dolce e gentile. Ma con mia grande sorpresa, lo vidi ingoiare le pillole, sollevare il calice e bere tutto d'un fiato il vino. Sbalordito e sgomento, iniziai a dimenarmi, cercando di liberarmi.

-Asrael! Cosa stai facendo?!-gridai, forse travolto dalla pietà o dalla confusione, non so.

-Samael, -disse, inginocchiandosi e accarezzandomi il viso imperlato di sudore. -non avrai pensato che avessi intenzione di ucciderti...-poi, la sua mano prese a scendere lungo la mia guancia, stanca e pesante.

Mi dimenavo violentemente, ferendomi i polsi e gridando, affinché qualcuno giungesse in nostro aiuto. Guardai Asrael accasciarsi a terra, mentre calde lacrime mi rigavano le guance. Si distese con gli occhi rivolti al soffitto della navata. Li vidi vagare senza meta, per poi posarsi su di me e oltre di me, sullo splendente Tabernacolo dietro all'altare, ultimo rifugio di un'anima martoriata. Poi, non ricordai più nulla.

Quando mi risvegliai, mi trovai disteso su un letto dell'infermeria. Marie-Jeannette e Jordan erano al mio capezzale, visibilmente sconvolti. Mi è impossibile richiamare alla memoria ciò che mi dissero. Parlarono di padre Asrael, della polizia che aveva trovato il cadavere di padre Francisco e di tante altre cose che mi apparivano prive di senso.

Avevo riportato solo qualche piccola ferita ai polsi, per cui, lasciai l'infermeria il pomeriggio successivo. Era sabato e Marie-Jeannette mi voleva accompagnare a bere qualcosa. Il sole andava calando e davanti a una tazza fumante di caffè nero come una notte senza luna le parlai di Asrael. Dovevo assolutamente alleggerirmi il cuore da una confessione tanto pesante, da un'esperienza così terribile.

Tornando all'istituto, salutai Marie-Jeannette con un bacio sulla porta della lavanderia e andai a trovare Jordan. Parlammo fino a tarda notte e, quando feci ritorno nella mia stanza, mi sentivo in qualche modo più sereno. Mi addormentai e sognai nubi di incenso e mosaici bizantini.

Oh, questo lungo racconto è giunto finalmente al termine, ma ho ancora qualcosina da scrivere. Trascorse qualche settimana prima che la diocesi scegliesse un sostituto per  padre Asrael. Incredulo, la mattina della messa che avrebbe segnato il suo insediamento, vidi padre Glen uscire dalla porta della sagrestia e salutare i fedeli che affollavano la chiesa. Si era pentito del periodo di confusione che aveva dovuto attraversare, disse, e Santa Madre Chiesa lo aveva riammesso al suo interno.

Durante l'omelia, ricordò la figura di padre Asrael, sebbene questi avesse trascorso solo un breve periodo nel nostro istituto, prima di lasciarci in maniera tanto tragica. Ne mise in luce gli orribili errori, ma ne sottolineò anche le doti. Terminò il suo sermone rammentandoci che agli occhi di Dio nessun peccato è definitivo, ma che ogni oscurità può essere dissipata dalla luce del perdono. Un discorso come tanti, rincuorante o stucchevole a seconda dei casi, ma che mi aiutò a ricordare Asrael sotto un'ottica positiva, con benevolenza.

Quando la messa si concluse, la maggior parte degli studenti uscì per pranzare in città e per trascorrere un pomeriggio spensierato. Ricordandomi di non aver partecipato al funerale di Asrael, comprai un mazzo di rose bianche e feci visita al cimitero. Cercai la sua tomba e quando trovai una lapide nuova, recante una foto che rappresentava un uomo di bell'aspetto, biondo e con la barba ben curata, mi inginocchiai e, deposti i fiori, recitai in silenzio un eterno riposo per la sua anima.

 

Ite missa est.

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Postato il fnqqpqo, 18-12-2012 06:40,
1. pjOAehPHyVEWdAVb
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Postato il vpvutr, 15-12-2012 08:55,
2. JntCyhfHxurSUc
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Postato il Justine, 14-12-2012 08:45,
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Postato il Henry East, 22-12-2007 12:07,
4. clap clap clap
Bellissima serie! Mi ha colpito. Quando la prossima?? :roll  
E quando altre informazioni sul famigerato Bagoa?
 
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Postato il Harle, 19-12-2007 13:56,
5. alè
"La strada per l'inferno è lastricata di buone intenzioni" non so perche ma mi ricorda troppo Death Note. 
 
Pensi di rimanre sui gialli?
 
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