-La prego, signorina Jade
Summers, apra la porta. Lo so che è in casa. -dissi,
continuando a bussare alla porta del suo principesco loft.
Wendy me l'aveva detto che quella
pittrice era un tipo singolare, da trattare con un certo riguardo.
Un'ereditiera annoiata, a cui paparino aveva intitolato un fondo
d'investimento tanto cospicuo che produceva denaro grazie al semplice
fatto di esistere, garantendole così un'esistenza su cui non
si sarebbe mai allungata l'ombra del lavoro. Per di più, ero
così stanco. Erano solo le nove di mattina e la testa mi
pulsava ancora, a causa di tutto quell'alcool che avevo bevuto la
sera prima in compagnia di Marisa.
-Arrivo,
arrivo!-una voce irritata e stanca.
Finalmente,
la porta si aprii e mi trovai di fronte una ragazza sui venticinque
anni. Indossava un paio di jeans abilmente strappati e i cui bordi
nascondevano due piedini nudi dalle unghie laccate di blu. Il top
bianco che portava era impiastricciato da fresche macchie di tempera,
di cui erano imbrattati anche i capelli, color ebano e spettinati.
Gli occhi erano nocciola e mi fissavano inquieti, in preda a qualche
misteriosa frenesia.
-Prego,
entri pure signor Blackwood e perdoni il disordine. -si portò
una sigaretta alla bocca e mi fece segno di entrare. -Mi scusi se le
sembro un po' scortese, ma durante i miei momenti di creatività
non amo essere disturbata. Mi era sembrato di averlo detto alla sua
assistente, che solitamente lavoro di mattina. -
-Oh,
Wendy è così sbadata ultimamente. Lavora troppo. -le
risposi, mentre mi guardavo intorno. -Se preferisce, posso passare
nel pomeriggio. -
-No,
si figuri. Ormai, il danno è stato fatto. -
Quel
loft era composto da un solo ed enorme spazio interamente ricoperto
di parquet e da un grande soppalco, adibito a zona notte. Tutte le
pareti erano formate da ampie vetrate, dalle quali si riversava
all'interno una luce quasi accecante, a causa del sole ancora basso.
Il pavimento era macchiato di tempere ed acquarelli, come la
gigantesca tela di un artista dedito alla pittura dripping. Inciampai
in una tazza in cui erano stati sistemati una manciata di pennelli
sporchi, rovesciandoli per terra. Mi affrettai a raccoglierli, ma
Jade, con una punta di stizza, mi disse di non curarmene.
-Queste
sono le mie ultime opere. - disse, mostrandomi un grande
raccoglitore, di quelli contenenti posters che di tanto in tanto si
intravedono all'esterno dei negozi. -Ieri sera, sul tardi, è
passata di qui una donna, una gallerista. Anche lei è molto
interessata ai miei quadri. Quindi, speriamo che lei, signor
Blackwood, sia disposto a farmi un'offerta a cui non posso rifiutare.
-e dicendo ciò, le sue labbra modularono un sorriso beffardo.
Maledetta
Marisa! Ecco perché mi aveva invitato a bere qualcosa in sua
compagnia dopo il lavoro. Samael caro! Perché non vieni a
prendere un aperitivo con me, come ai vecchi tempi dell'università?
E con quale solerzia si era alzata dal tavolo del lounge bar,
abbandonandomi in stato pressoché comatoso e senza neppure
pagare il conto. Faceva tutto parte di un piano ben congeniato,
ovviamente, e come al solito ci ero cascato.
-Signorina
Summers, la diffido dall'intrattenere qualsivoglia relazione
professionale con Marisa Coulter. -sentenziai, estraendo dalla tasca
interna della giacca il libretto degli assegni. -Ecco qui un
sostanzioso anticipo, a cui si aggiungeranno le percentuali per la
vendita dei quadri e per i biglietti venduti della mostra. -
-45%.
-
-40.
-
-43.
-
-42.
-
-Aggiudicato.
-mi strappò dalle mani l'assegno e lo ripose nel suo
décolleté. -Adoro trattare con voi galleristi. -mi
rivolse un altro sorriso ironico, insieme a uno sguardo vivace e
luccicante. -Bene, signor Blackwood. Anzi, posso chiamarti Samael?
Ormai siamo complici, no? I soldi sono un ottimo modo per rompere il
ghiaccio. Comunque, parlerò con la sua assistente per i
dettagli. Intanto, continuerò a produrre, in modo da
organizzare una mostra monografica al massimo entro due mesi. E se la
signorina Coulter chiamerà...beh, le dirò a chi
indirizzare i suoi strali d'ira. E ora, Samael, lasciami sola, per
favore. Il tempo è denaro. -
-Oh
Wilhelm, ci crederesti? Samael Blackwood si è innamorato.
-mormoravo sognante, disteso su una morbida causeuse di broccato.
-Jade, Jade, Jade...ripeterei il suo nome fino a consumarmi la
lingua. -
-Davvero
sei rimasto in ascensore per mezz'ora, dimenticandoti che il tempo
stava passando?- mi domandò, mescolando un denso bloody mary
che si rifiutava di farmi assaggiare.
-Sì,
ho fatto su e giù per il grattacielo, immaginandomi fiabesche
scene d'amore, di cui io e lei eravamo protagonisti. Per esempio...-
-Ti
prego...me ne hai già raccontate un paio prima e sto ancora
cercando di lavare via quel sapore stucchevole dalla bocca. -guardò
il contenuto scarlatto del bicchiere in controluce e commentò
-sangue di vergine, il migliore antidoto contro le scempiaggini
melense di un uomo. -
-Come
sei crudele! La verità è che sei invidioso. Ma dimmi,
tu cosa ne pensi?-
-Secondo
me sta cercando di metterti nel sacco, per estorcerti altro denaro.
Non fidarti mai delle smancerie di un socio in affari. -
Non
feci in tempo a ribattere che il mio cellulare squillò. Era
Marisa.
-Ti
odio Samael Blackwood! Scommetto che Wilhelm sarà contento che
il suo pupillo è riuscito ad aggiudicarsi la promettente Jade
Summers. A quando la mostra nella vostra galleria? Non voglio
perdermi l'occasione per farvi i complimenti di persona. -
-Marisa,
non appena fisseremo una data, stai tranquilla che sarai la prima
ospite d'onore a ricevere un invito. -
-Uf,
ci mancherebbe. -e butto giù.
-Marisa
Coulter...-ridacchiò Wilhelm. -Quando smetterete di farvi i
dispetti e vi dichiarerete il vostro amore?-
-Stai
scherzando, spero?!-
-Non
dirmi che ti sei già dimenticato di quando studiavate insieme,
oppure di quando un taxi vi abbandonava al cancello del campus a
notte fonda, ubriachi fradici. -sorseggiò un altro po' del suo
cocktail, pronunciando altre parole a riguardo della qualità
del sangue, che a quei tempi mi apparivano scherzi dal macabro
sapore. -Siete fatti l'uno per l'altra, mi sembra chiaro. E io
attendo da anni il coronamento del vostro amore inespresso. -
Ma
io non lo stavo minimamente ascoltando. I miei occhi vagavano
incantati nella notte brulicante di luci artificiali, le mie orecchie
udivano melodie d'amore che solo io potevo cogliere, la mia pelle era
riscaldata da un tepore sbocciato magicamente nell'angolo più
riposto e intimo del mio cuore, e la mia mente esplorava un mondo
immaginario creato ad arte dalla mia fantasia d'innamorato. E,
cullato dalla soave marea della passione, mi addormentai.
Era
arrivato il giorno della serata inaugurale della mostra. Durante i
due mesi precedenti, non avevo avuto modo di vedere la mia Jade.
Avevo guardato speranzoso il telefono, attendendo una sua chiamata e
notando a malincuore che le ore, i giorni e le settimane stavano
trascorrendo senza che lei provasse il bisogno di parlarmi, avevo
pensato che forse avrei dovuto chiamarla io. Disturbando in tal modo
la sua creatività, i suoi momenti di ispirazione? Certo che
no, ragion per cui avevo atteso paziente la fatidica sera.
Nella
sala principale della galleria era stato adibito un rinfresco. La
aspettavo sorseggiando sangria e stringendo la mano agli ospiti,
tutti muniti di invito ufficiale, quando la vidi fare la sua
apparizione, avvolta in un aderente tubino nero, tempestato di
paillettes blu. I capelli erano acconciati in modo da formare una
specie di crocchia, tenuta ferma con quella che sembrava un ferro da
maglia, d'oro massiccio però.
-Jade,
come sei radiosa stasera. -esclamai, andandole incontro.
-Ci
provi con me, Samael?-ribatté, trafiggendomi con sguardo
malizioso.
-Ehm,
sei una che arriva dritto al punto. -
-Sono
una belle dame sans merci. -e si diresse verso un capannello di
invitati, per fare la loro conoscenza.
Oh,
come dovevo apparire ridicolo in quella situazione. Nel bel mezzo
della sala, rosso in viso e con lo sguardo da ebete fisso chissà
dove. Sono una belle dame sans merci. "Pf, che
megalomane..."pensai e mentre trangugiavo ignaro la sangria, non
mi accorsi che lei mi si era parata davanti, rischiando così
che mi andasse di traverso. Di male in peggio...un perfetto imbecille
che inizia a tossire in maniera convulsa...
-Non
morire, Samael, non ora perlomeno. Mi devi ancora pagare. -
-Senti,
Jade...-
-Ah
ah!-esclamò, alzando l'indice della mano destra. -Vuoi fissare
un appuntamento galante, me lo immagino. Mi può anche andar
bene, ma decido io le condizioni. Domani pomeriggio, alle 15, al
parco del mio quartiere, in riva al laghetto. E ora, goditi anche tu
la mostra. -e si allontanò sulle sue Roger Vivier dai tacchi
vertiginosi.
Quella
ragazza doveva essere una specie di veggente. Tuttavia, il suo modo
di fare deciso e aggressivo mi imbarazzava. Era come se di fronte a
lei io non avessi segreti. Così abile in passato a
dissimulare, le mie protezioni si erano sbriciolate di fronte
all'ineguagliabile intuito del suo sguardo. Come dovevo apparirle
stupido e goffo...
Beh,
cercai di non rimuginare troppo sulla mia presunta inettitudine e mi
dedicai unicamente alla contemplazione delle sue opere. Wendy aveva
compiuto una cernita molto accorta, dovevo ammetterlo. Oltre ai
quadri che avevo visto in casa di Jade, raffiguranti perlopiù
paesaggi marittimi e boschivi, vi era una serie di dipinti che
attrassero la mia attenzione in maniera particolare. Rappresentavano
panorami fantastici. Isole che galleggiavano in cielo al di sopra di
candide nubi spumose, cascate che sgorgavano da rocce sempre
galleggianti, nel bel mezzo di un tramonto infuocato o di un'aurora
dorata. Ma non era tanto la tematica fantastica a incuriosirmi,
quanta la presenza costante di personaggi maschili, simili a divinità
del mondo classico, e tutti contraddistinti dai capelli rossi. "Oh,
mi ama, che meraviglia..."sospirai col cuore che mi palpitava di
gioia.
-Mio
Dio...-la voce sdegnata di Marisa -Samael Blackwood che si gongola
come un adolescente alle prese col primo amore...cosa mi tocca
sopportare stasera, oltre all'umiliazione della sconfitta...-
-Marisa,
sono così felice che non riuscirei proprio a prenderti in giro
come al solito. -
Era
fulgida come al solito. Avete presente Marlene Dietrich in
"Disonorata"? No? Beh, immaginatevi una donna dai
lineamenti un po' marcati, gli zigomi alti, gli occhi blu, quasi
neri, e ipnotici, i capelli corvini, corti e ondulati come andavano
di moda nei primi decenni del ‘900, e la carnagione pallida e priva
di difetti, non un'efelide o un neo. Al collo portava un choker di
Bulgari, in pratica una scintillante cascata di diamanti e
acquemarine, mentre il suo corpo dalle curve cesellate alla
perfezione era avviluppato in un lungo abito nero da cocktail,
corredato da una pashmina viola in puro cachemire. Al polso, un Rolex
dal quadrante composto da un costosissimo pavé di diamanti, la
montatura in platino e il cinturino in pitone argentato. Sperai per
lei che all'uscita della galleria l'attendesse un autista privato,
perché agghindata così non sarebbe tornata a casa viva.
-E'
stato facile per quella smorfiosa rigirarti come un calzino. -disse,
giocherellando con l'oliva del suo Martini dry. -Scommetto che ha
preteso una percentuale superiore al 40%, un furto se a chiederla è
una dilettante alla sua prima mostra. -
-Ciò
che ti manca, Marisa, non è il fiuto per gli affari, ma la
fede nel talento degli artisti. -
-Allora
perché a quel pittore iperrealisti dello scorso mese hai
estorto un misero 15%, vendendo poi i suoi quadri a cifre
astronomiche?-garrula e divertita mi colpì in pieno, B-4,
corazzata Cuore Innamorato, affondata.
-Sei
gelosa, Marisa. -e distaccato, feci per andarmene a intrattenere gli
altri ospiti, alla ricerca di potenziali clienti.
-Non
tergiversare, Samael. -i suoi denti bianchissimi stritolarono la
sfortunata oliva.
-Sei
arrivato in anticipo, Samael. -mi disse Jade, cominciando a
posizionare il cavalletto per la tela. -Se pensavi di noleggiare una
barchetta e di andare alla deriva insieme a me nel laghetto ti
sbagliavi di grosso. -
-In
realtà, immaginavo che volessi mostrarti all'opera. -dissi,
alzandomi in piedi. -E' un grande privilegio osservare un artista
mentre dipinge en plein air. -
-Di
solito non amo dipingere all'aria aperta e detesto sempre utilizzare
parole francesi, quando la lingua inglese dispone di termini
equivalenti. -sistemò la tela sul supporto, per poi armeggiare
con la scatola di colori e la tavolozza. -Atélier en plein
air...bah, il tempo degli impressionisti è finito e qui non ci
troviamo sulla Senna. No, siamo nella prosaica e consumista America.
Monet, quando se ne andava a spasso per Parigi, cercando un luogo
adatto a dipingere, non veniva certo disturbato dal rumore del
traffico, dalle suonerie dei cellulari o dai videogiochi portatili di
qualche moccioso. No, niente più laboratori all'aria aperta,
come piace dire a me. -
-Laboratorio
è una parola così asettica, mi fa venire in mente a un
tavolo sul quale viene dissezionata una rana. -ribattei, aprendo lo
sgabello di tela che aveva portato con sé.
-Ma
il luogo di lavoro di un pittore è proprio un laboratorio,
cosa credi. -iniziò a mischiare i colori a tempera sulla
tavolozza, ricavandone le tonalità di cui necessitava. -Questi
colori, Samael, sono come sostanze chimiche che io unisco per creare
un effetto particolare. E questo paesaggio, invece, è il mio
obiettivo di scienziato, la formula matematica di un matematico, il
nuovo composto ipotizzato ad un chimico, la legge che spiega il
segreto della forza di gravità. E' l'ideale del
rivoluzionario, il Dio del credente, la creatura di Dio, il soggetto
che voglio riprodurre e trasfigurare sulla tela, infondendogli nuovo
vigore e significato. -detto ciò, iniziò ad agitare il
pennello, con mosse abili e calibrate, seguendo i contorni di
un'immagine a me invisibile. -Scusa se questi discorsi ti annoiano.
D'altronde, io sono un'artista e poco fa hai affermato che è
un privilegio osservare un pittore al lavoro. Vedi, si tratta di un
momento molto intimo per me, in cui non voglio essere disturbata da
nessuno. La mia mente si espande e riempie lo spazio circostante, non
ammettendo la minima intrusione, pena il crollo dell'ispirazione.
Capisci quello che ti dico, Samael?-
Oh
si, che capivo. In pratica mi aveva appena confessato che la mia
presenza non le dava fastidio. Mi aveva concesso di varcare il
confine del suo giardino interiore. I casi erano due. O provava
sinceramente qualcosa per me, un sentimento tanto forte da
permettermi di condividere con lei un'esperienza tanto intima quale
può essere la creazione artistica, oppure ai suoi occhi ero
insignificante quanto il più piccolo dei sassolini sulla riva
del lago, poco più di uno spettatore il cui compito era
guardare senza disturbare.
-Sai,
Jade...-
-Zitto.
-mi ordinò.
Continuò
a dipingere in silenzio per mezz'ora, poi, guardò soddisfatta
il risultato.
-Bene,
alla prossima. -mi annunciò, cominciando a riporre la sua
roba.
-Come,
te ne vai già via?-
-Te
ne sei dimenticato? Sono stata io a dettare le condizioni per
quest'appuntamento. -
-Allora,
ci rivedremo? Decidi tu quando. -
-Ho
il tuo numero di cellulare. Ti chiamerò. Però, non
ripeteremo quest'esperienza. Non mi piace essere fissata mentre
lavoro. -caricò tutto il suo materiale sulla bicicletta. -E,
per favore, datti un contegno. Sembri un animale affamato. -saltò
in sella e pedalò via.
-In
questo momento, sto visualizzando un'immagine ben precisa del mio
prossimo quadro. -mi disse Jade, portandosi alla bocca una grossa e
succosa ostrica. -Guarda fuori da questa finestra. -obbedii e mi
concentrai sul panorama di cui potevamo godere da quel ristorante,
situato all'ultimo piano del grattacielo. -Io vedo il tuo viso come
se fosse trasparente, come se fosse di vetro, e attraverso di esso
riesco a cogliere le sagome dei grattacieli, i cartelloni
pubblicitari, i lampioni e i fanali delle macchine. Il tuo volto
raccoglie tutte le luci della città. -
-Quindi,
associ la mia immagine alla vita cittadina?-le domandai, stuzzicato
come sempre dalle conversazioni che sapeva instaurare.
-La
tua è solo un'immagine, il tuo volto è una metafora per
la città. La città...-sospirò, annusando il
profumo del vino rosso. -La città che ti divora, nelle cui
spire ti smarrisci e allo stesso tempo la città come luogo
dalle mille opportunità, la promessa del futuro e del
progresso. In qualche modo, tu mi ispiri queste immagini, rendi più
lussureggiante la sorgente interiore a cui attingo per dipingere. -
-Sembra
quasi una...-
-Una
dichiarazione di riconoscenza. -
-Anch'io
ti sono grato, per avermi fatto compagnia oggi, il giorno del mio
compleanno. -cercai di cambiare discorso.
-A
proposito, ti ho comprato un regalo. -esclamò, cercando
qualcosa dentro la sua borsetta. -Non è niente di speciale, ma
spero possa essere di tuo gradimento. -mi porse un pacchetto che a
una prima occhiata pareva essere un libro.
-Grazie.
-dissi, ricevendolo dalle sue mani. -Posso aprirlo ora?-
-Preferirei
se tu lo scartassi a casa, da solo. -rispose, giocherellando con la
forchetta del pesce.
-Come
preferisci. -
-Posso
farti una domanda?-il sorriso che fino ad allora aveva decorato il
suo viso si spense, rimodellandosi in un'espressione severa. -Vorrei
esporti una specie di indovinello. -
-Non
sono mai stato molto bravo a risolverli. -
Emise
una risatina sommessa, prima di riprendere il discorso.
-Dimmi
Samael, conosci...-
-Complimenti,
Samael. -si congratulò Marisa, obbligando la sua bocca a
disegnare il sorriso più falso che mai fu concepito. -Quella
smorfiosetta ha fatto la tua fortuna. -
Ci
trovavamo in un elegante bar del centro, a bere il nostro aperitivo
del venerdì sera.
-Ormai,
collabora con me da più di sei mesi. -le dissi, bevendo un
sorso di margarita. -Ed è grazie a lei se domani sera
inaugurerò la mia galleria. Tra l'altro, Wendy ha insistito
tanto per rimanere a lavorare con Wilhelm, ma io sono stato
irremovibile. D'altronde, il suo aiuto è così prezioso.
-
-Lasciando
stare le vergognose condizioni di lavoro a cui sottoponi la tua
segretaria, adesso, tu e Wilhelm estenderete il vostro nefasto
monopolio sul mercato dell'arte. -sottolineò, mentre si
passava un velo di rossetto viola sulle labbra. -Tanto lo so che
volete tagliarmi fuori, ma io sono tenace. Comunque, i miei
complimenti sono sinceri. Riuscire ad aprire una propria galleria a
soli ventisette anni è un traguardo notevole. Io dovrò
aspettare che il mio vecchio schiatti per acquisirne la piena
proprietà. -
-Te
l'ho detto tempo fa che io credo nel talento degli artisti e sono
disposto a rischiare per svilupparlo. -
-Questa
è una scusa, Samael, e lo sai benissimo. Intanto, cos'hai
combinato con lei in questi mesi? Un caffè qui, un tè
là, una passeggiata sulla spiaggia per aiutarla a cercare
l'ispirazione, una visita a una mostra in un'altra città, e
che altro? Quando ti deciderai a dare un'accelerata agli eventi? -
-Vedi,
penso che lei sia troppo rapita dall'arte per curarsi di me. Per lei,
sono poco più di un animaletto domestico. E poi...-
-Poi?-si
piegò verso di me, stringendomi la mano.
-Per
il mio compleanno mi ha fatto uno strano regalo. Un libro di poesie,
"I sonetti a Orfeo" di Rilke e mi ha detto una cosa. -
-Ha
buon gusto in fatto di letteratura, ma cosa ti ha detto?-
-Mi
ha rivolto una domanda di cui non riesco ancora a comprendere
l'obiettivo. Mi ha chiesto se conosco il vero significato della
storia di Orfeo ed Euridice. -
-Beh,
penso che la morale di quel mito sia il valore della pazienza e della
tenacia. -
-Anch'io
le risposi allo stesso modo, allora lei mi domandò se sapevo
perché Orfeo si dedica anima e corpo alla poesia dopo aver
perduto per sempre Euridice. -
-Perché
è morta. -
-E
questo cosa c'entra con me? -
-Sinceramente,
Samael, penso che quella pittrice sia una pazzoide egocentrica come
molti suoi colleghi. Te l'ho sempre detto di non avere a che fare
sentimentalmente con loro. Ora scusami, ho una cena di lavoro. -si
alzò e fu così gentile da pagare anche il mio
aperitivo. -Sappi, però, che quando quella sciocca ti spezzerà
definitivamente il cuore, la mia spalla non sarà disponibile.
Ti avevo avvertito. -e uscì dal locale, lasciando dietro di sé
una densa scia di profumo.
Quella
stessa sera decisi che dovevo dichiararmi una volta per tutte a Jade.
Temevo che Marisa avesse sempre avuto ragione nei suoi riguardi. E
poi c'era anche quel dannato indovinello. Bizzarrie da artista...me
ne stavo quasi per convincere anch'io. Allora, che senso avevano
avuto tutti i nostri incontri, le nostre chiacchierate appassionate a
proposito di arte, durante le quali lei mi esponeva le sue opinioni
così imprevedibili e allo stesso tempo prive di sbavature?
Quando contemplo un quadro di Renoir, Samael, penso che il mondo
sia a tal punto imbevuto di bellezza, anche nelle sue parti più
piccole, che disprezzarlo mi appare come un delitto. Prendi "Il
pranzo dei canottieri", per esempio. Uno scorcio di vita
cittadina colto al massimo della serenità di cui può
essere capace una scena del genere.
Camminavo
lungo il marciapiede, serpeggiando tra la folla di gente che a
quell'ora tornava a casa dal lavoro. L'arte comporta solitudine.
E' triste vero? Ma è una legge di cui ero consapevole sin da
bambina, quando impugnai il pennello per la prima volta. La vita di
un artista assomiglia un po' a quella di un monaco, una vita di
privazioni. Sciocchezze, le avevo risposto, i monaci si privano
di qualcosa di più di qualche ora di vita sociale. Dici?
Sai cosa affermava Novalis? Diceva che a questo mondo esistono
fondamentalmente due tipi di persone privilegiate, gli eroi e i
contemplatori. Gli eroi agiscono, modificano gli eventi, mentre i
contemplatori pregano oppure si dedicano all'arte. Se nascesse una
persona che fosse allo stesso tempo eroe e contemplatore si
tratterebbe di un messaggero divino. Novalis non mise mai piede
fuori dalla provincia in cui viveva. Forse, anche il suo spazio
interiore era limitato come le sue esperienze. Le sue erano idee
partorite dallo studio della poesia, non dallo studio degli uomini.
Dimmi
Samael,conosci il significato del mito di Orfeo ed Euridice. Se lo
scoprirai, non commetterai un errore irreparabile. Il
significato della tenacia, della forza di volontà necessaria a
preservare l'amore. Non
solo, c'è dell'altro.
Mi
trovavo di fronte alla sua porta. Avevo bussato e attendevo che mi
aprisse.
-Arrivo!-cinguettò,
non irritata come la prima volta che l'incontrai. -Sapevo che eri tu.
-mi disse, facendomi entrare. -Accomodati. -
-Devo
dirti una cosa. -le dissi, sorridendo sinceramente, anche se in cuor
mio covavo un presagio di sventura. -Ci ho pensato a lungo, ma penso
sia arrivato il momento di liberarmi di un peso. -
Si
fece cupa in viso e incrociò le braccia. Ci trovavamo di
fronte a una delle tante vetrate, con lo skyline notturno di San
Francisco, illuminato come un futuristico luna-park, quale
sfondo del quadro di cui eravamo protagonisti.
-Ti
amo, Jade. -mormorai, obbligandomi a guardarla negli occhi, a
dispetto dell'emozione. -E penso che anche tu provi qualcosa per me.
I tuoi quadri...-
-Oh
Dio, lo sapevo. -esclamò, rivolgendo lo sguardo alla città
e alla notte. -I miei quadri...sì, sei stato la mia musa, per
un certo periodo. -la sua voce era così distante, come se la
mia dichiarazione l'avesse offesa. -Ti avevo avvertito di non
commettere un errore irreparabile. -
-Ancora
con quell'indovinello...ma dove vuoi arrivare? Perché non
parli chiaramente?-
-Certe
cose non si possono esprimere normalmente a parole. -
-Allora,
spiegamelo ugualmente il significato di quella maledetta storia. -
-Mi
aspettavo di meglio da un amante dell'arte come te, sinceramente, ma
ti accontenterò lo stesso. -perché mi sorrideva in modo
così sottilmente crudele?-Sai perché Orfeo cantava
incessantemente dopo la morte di Euridice? Perché era la sua
mancanza a generare in lui la poesia. Era la privazione della persona
a lui più cara a far scaturire nel suo cuore la scintilla
dell'ispirazione, perché, Samael, la verità è
che la poesia è il canto dell'assenza, e la pittura funziona
allo stesso modo. -
-Queste
sono solo teorie estetiche, Jade. Come puoi applicarle ai sentimenti,
ai tuoi sentimenti?-ero disperato ed esterrefatto.
-Perché
io sono un'artista, Samael. -la sua voce fu improvvisamente rotta da
un singhiozzo a stento soffocato. -Sì, forse ti ho amato. Ogni
artista ama la propria musa. Ma ti ho amato in funzione
dell'ispirazione che riversavi su di me. E le muse rimangono sempre
nascoste, in silenzio e invisibili. Hai presente "Mademoiselle
de Maupin" di Gautier? Il protagonista non potrà mai
possedere lei. La ama, lei è la sua musa, ma a malincuore
riconosce che averla per sempre significherebbe ucciderne l'immagine
ideale di cui si era sempre nutrito. E...-
-Piantala,
Jade! -esclamai, con una punta di rabbia. -Sempre a parlare di arte,
di poesie, di quadri e adesso anche di romanzi, quando in realtà
non contano nulla. Non ora, non qui. Il tuo gioco di citazioni mi ha
stufato. -dovetti asciugarmi gli occhi umidi, a dispetto
dell'immagine di fermezza e di compostezza che volevo mostrarle.
-Forse, sei tu a non conoscere il vero significato di quel mito. Alla
fine, Orfeo venne divorato dalle baccanti. Sai perché? Perché
la vita che fino a quel momento aveva soffocato per continuare a
comporre i suoi canti, alla fine esplose, reclamando il suo primato.
Anche tu un giorno ne verrai divorata, o rimarrai sempre così,
fredda e distaccata, come un triste esteta del diciannovesimo
secolo?-
-Esci
da questa casa. -mi ordinò, nascondendosi il viso con la mano.
-Ti
lascio in compagnia dei tuoi quadri. Divertitevi.
-e me andai.
Fly
me to the moon and let me play among the stars. La
voce vellutata della cantante di pianobar mi spezzava il cuore. Le
luci bluastre e soffuse del locale ricreavano un'atmosfera
sottomarina e onirica, ma la presenza di Marisa seduta di fianco a me
era vera, come autentico era il profumo che emanava.
Ero
stato abbracciato da più di un mese, ormai, e quella fatale
dichiarazione d'amore risaliva a tre mesi prima. Marisa aveva sempre
avuto ragione. Jade non era la stessa persona che dipingeva quei
quadri meravigliosi. E, ormai, io mi ero completamente ripreso da
quella brutta batosta. Non sono il tipo da covare a lungo i patimenti
dell'amore.
-E'
da qualche settimana che ti vedo particolarmente bello, Samael.
Perdona la schiettezza, ma ho motivo di credere che tu abbia
frequentato qualche chirurgo estetico. -
-Non
mi sono ancora ridotto al tuo livello, Marisa. -risposi, ridendo.
-Vedi, a questo mondo esistono persone benedette da Dio che splendono
di una luce tutta loro. -
-Risparmiami
le tue autocelebrazioni. Sta di fatto che la tua carnagione è
più liscia e i tuoi occhi sembrano quasi brillare al buio, a
volte. Dimmi a chi ti sei rivolto, ti prego. -
-Tutto
merito di Wilhelm. -dissi con innocenza.
-Ti
prego...la storia di quella pittrice dall'ego ipertrofico mi ha già
abbattuto abbastanza. Ora non mi venire a raccontare che te la fai
con Wilhelm. -si portò l'indice sulle labbra, meditabonda.
-Anzi, ora tutto torna. Ho sempre sospettato che tu abbia sedotto
Wilhelm per avere successo. Siete come due pappagallini inseparabili.
Mi fai schifo, Samael!-
-Ma
no!-battei violentemente il pugno sul tavolo, richiamando
l'attenzione degli altri clienti. -Semplicemente, Wilhelm mi ha
prestato alcuni suoi prodotti di bellezza,
dall'effetto...sovrannaturale. -
-Allora,
permettimi di saggiare fino in fondo i tuoi risultati. -disse,
baciandomi delicatamente sulle labbra, non certo il nostro primo
bacio, ma il primo bacio dopo molti anni. -Le tue labbra sono fredde.
-
-No,
sono le tue a essere insensibili al calore. -
-Ah,
ma cosa sto facendo?-esclamò, alzandosi in piede e afferrando
la borsetta di piume di struzzo. -Perdonami, non ero cosciente delle
mie azioni. A presto, Samael. Ci rivediamo sotto il ponte che ti farà
da casa, quando andrai in bancarotta. -
-Aspetta,
ti accompagno fuori. -
Indossai
il mio cappotto di suede argentata e uscimmo insieme all'aperto. La
notte era fresca e il cielo terso, lassù, oltre le prepotenti
luci dei lampioni e dei grattacieli.
I
am not the one to turn into a Laurel wreath.
(da Apollo' frock, Tori
Amos)
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