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Sicuramente vi state domandando "anche i vampiri festeggiano
il Natale?". Ovviamente, e soprattutto noi Toreador attendiamo
febbricitanti questo periodo dell'anno. Durante le festività,
infatti, abbiamo la possibilità di organizzare party e
ricevimenti a cui i membri della buona società notturna non
possono certo mancare. Serate di beneficenza per aiutare i fratelli
meno fortunati, perlopiù, allietate da ogni sorta di
divertimenti. Quindi, permettetemi di narrarvi del mio primo Natale
da vampiro. Tutto cominciò una notte di cinque anni fa...
-Si, certo. -dicevo, mentre con una mano reggevo la cornetta del
telefono e con l'altra appendevo un'altra palla di vetro di Murano
all'abete. -Ovvio che passerò il Natale da voi. -
Mi trovavo nel salotto
di Wilhelm, il quale era intento ad aprire uno sgabello per poi
salirvi sopra e issare sulla cima dell'albero, un vero abete giuntoci
direttamente dal Colorado, un prezioso puntale di Swarowski a forma
di stella. Un pezzo unico al mondo, fabbricato su mia espressa
ordinazione.
-Cosa? Vuoi che mi porti
dietro anche il mio Sire?-un attimo di pausa, durante il quale
riflettei sul da farsi. -Perché no...verrà di sicuro. A
Natale è sempre solo come un cane. Oh si, arriveremo di notte,
naturalmente. Non ti preoccupare per il sangue, troveremo un modo per
nutrirci. Ma che dici, barboni?! Faremo un salto alla messa di
mezzanotte a succhiare il sangue a qualche signora altolocata. Ok,
allora ci vediamo domani sera. Si, appena farà buio prenderemo
il primo volo per Los Angeles. A presto, mamma!-
Non feci in tempo a
posare la cornetta che udii l'inequivocabile suono del cristallo che
si schianta a terra. Con mio sommo orrore mi girai lentamente verso
Wilhelm e lo vidi immobile in cima allo sgabello, le mani
pietrificate nella posizione di infilare il puntale in cima
all'abete. Ma il puntale, oh, il puntale, si era ormai trasformato in
un luccicante puzzle sparso per tutto il pavimento.
-Ma-ma-mamma?-balbettò,
rivolgendomi uno sguardo di puro terrore in cui potevo leggere i
seguenti pensieri "la masquerade, il Principe, caccia di
sangue!".
-Già, passeremo
il Natale dai miei. Qualcosa in contrario? Preferisci forse rimanere
chiuso in casa a guardare i film natalizi tutto solo? -
-Stai forse cercando di
dirmi che la tua famiglia è al corrente della tua attuale
condizione preternaturale?!-esclamò, balzando a terra.
-Ovvio, mica potevo
sparire nel nulla, facendoli morire di crepacuore. -
-Oh! Oh! Oh!-gridò,
alzando le mani al cielo. -Temo di stare per svenire. Ti prego,
Samael, dimmi che si tratta di uno scherzo. -
-Dai, non essere così
tragico. Sanno tenere un segreto. E poi, ci divertiremo di sicuro. Ci
sarà anche mia cugina Scarlet. -
-Oh si, tua cugina
Scarlet...-
-E' una gothic lolita
molto simpatica e patita di vampiri. Non vede l'ora di incontrare di
persona le creature notturne dei suoi sogni. -
-Oh,
fantastico...Scommetto che partiresti comunque senza di me. Beh,
meglio che ti segua, nel caso si crei un'ulteriore falla nella
masquerade. -
Wilhelm sa essere
ragionevole quando la situazione lo richiede. Così, prenotati
i biglietti e preparate le valigie, il giorno successivo, ovvero la
vigilia, al crepuscolo uscimmo di casa, diretti all'aeroporto.
Inviammo qualche biglietto ai nostri migliori amici vampiri, dicendo
loro che avremmo trascorso il Natale fuori città, senza però
specificare il luogo esatto e men che meno le persone che ci
avrebbero accolto. Naturalmente, comunicammo la nostra partenza anche
al Principe, la quale ci lanciò un'occhiata torva prima di
concederci il permesso di lasciare San Francisco, come se avesse
intuito il nostro segreto.
Adoro godermi gli ultimi
bagliori di tramonto a bordo di un comodo aereo. Quelle accese
strisce di magma celeste che ancora palpitano all'orizzonte, sotto il
peso della notte incombente...E amo anche attraversare in taxi
Los Angeles nelle prime ombre della notte. Una città costruita
a misura di automobile, un concentrato di modernità che si fa
beffe di ogni pretesa storica...Ma, soprattutto, trovo infinitamente
piacevole passeggiare d'inverno sul lungomare di Beverly Hills,
diretto alla nuova casa dei miei genitori. Niente neve in questo
angolo di America, purtroppo, ma festeggiare il Natale guardando le
palme fuori dalla finestra possiede un certo fascino. E che
dire di attraversare a lunghi passi il giardino della casa dei miei,
smarrendo lo sguardo tra palmizi e piante esotiche, laghetti
artificiali e fontanelle zen, fissare gli occhi sulla grande villa
risalente agli anni '20 e sulla sua porta che si spalanca come la
bocca dell'inferno. Un sagoma nera si staglia contro una tela di luce
accecante. Due sagome, anzi.
-Ah, Samael, figlio
mio!-esclamò mia madre, correndomi incontro e abbracciandomi,
una donna dalla vaporosa criniera rossa che le incorniciava il volto
come l'aureola di una santa.
-Figliolo. -disse mio
padre, stringendomi. -Oh, e lui...-indicò Wilhelm. -Non sarà
mica il tuo uomo...-
-Ma che dici?! E' il mio
Sire, il mio capo in un certo senso. -
Con qualche imbarazzo e
con mano tremante Wilhelm fece la loro conoscenza. Stava giusto
stringendo la mano di mio padre, quando mia cugina Scarlet si fiondò
all'esterno, gettandomi le braccia al collo.
-Oh, finalmente, il mio
cugino vampiro!-esclamò tutta eccitata, piangendo autentiche
lacrime di gioia adolescenziale. -Sei venuto a portarmi via con te
nella notte, vero? Io e te soli, maledetti da Dio e perseguitati
dagli uomini...-dicendo ciò, sospirò in maniera
decisamente teatrale.
-Piacere, signorina, il
mio nome è Wilhelm. -disse, accorrendo in mio soccorso.
-Un vero uomo del XIX
secolo! Wow! Ma sei proprio un vampiro?!-prese a ispezionarlo
attentamente, saggiandone il pallore e la morbidezza della pelle, il
battito cardiaco e il respiro assenti, e altri particolari di cui
aveva preso nota leggendo i suoi romanzi gotici. -
-Ragazzi, seguitemi in
spiaggia. -esordì mia madre. -Abbiamo chiesto al comune il
permesso di adibire un gazebo temporaneo per un piccolo aperitivo. Oh
beh, la moglie dell'assessore all'edilizia è una cliente del
mio centro di ayurveda e bla bla bla...-la seguimmo senza opporre
resistenza.
Il cielo blu scuro era
graffiato da lunghe e spesse nubi grigie, che andavano raggruppandosi
di minuto in minuto, minacciando pioggia. Il vento freddo rendeva
vivaci e indomabili le onde dell'oceano, nere e luccicanti come
smalto. E la sabbia, così bianca e fine come polvere di perle,
rispondeva con un tenue brillio al languido saluto della luna piena,
la quale sbirciava timida da dietro l'angolo di una grossa nuvola.
-Ecco qua il vostro
aperitivo speciale. -disse mio padre, armeggiando con una
bottiglietta contenente un liquido vermiglio e due flûtes di
cristallo. -Puro sangue di pappagallo. Povera bestiola, non ha
resistito al prelievo, ma spero sia di vostro gradimento. -
Non potemmo resistere al
suo sorriso traboccante di fierezza e, onde non mortificarlo,
accettammo di buon grado i bicchieri e bevemmo. Piccola curiosità,
il sangue di pappagallo non è affatto male. Possiede un sapore
molto caldo e speziato, anche se è difficile apprezzarne il
retrogusto dolciastro.
Wilhelm si intrattenne a
parlare di duelli e crinoline con Scarlet e mio padre. Fu allora che
mia madre mi prese sotto braccio e mi condusse sulla riva. Colsi un
accenno di malinconia nei suoi occhi e mi affrettai a chiederne la
ragione.
-Vedi, mentre preparavo
la cena di stasera mi sono messa a pensare a te, a quello che sei
diventato. Ecco, non supporre neppure per un istante che io non sia
orgogliosa di te. Certo che lo sono. Sei diventato un gallerista
affermato, ma soprattutto hai sempre conservato il tuo cuore d'oro,
il tuo animo generoso. Però, mi rattrista pensare che il tuo
aspetto rimarrà sempre giovane e bello, che quando io e tuo
padre saremo vecchi, tu ci veglierai ancora col tuo viso immutato. E'
come se in qualche modo fossi uscito silenziosamente dal mondo, dal
nostro mondo. -
-Oh mamma, non hai
motivo di angustiarti con questi pensieri. E' vero, rimarrò
sempre così, non potrò darvi un nipotino, ma che
importa ormai? Il destino ha deciso questo per me e non posso farci
niente. Sarebbe da sciocchi rimuginare sui "se" e sui "ma",
sui sentieri che la sorte avrebbe potuto ma non ha voluto prendere.
Le cose stanno così e dobbiamo cercare di coglierne gli
aspetti positivi.
-Non hai perduto la tua
saggezza. Sai, tuo padre farebbe carte false per risolvere in quattro
e quattr'otto la sua crisi di mezza età. Si farebbe, come dite
voi, abbracciare in un batter d'occhio. Ultimamente è
diventato così pesante, megalomane. Non riesce a conservare un
hobby per più di un pomeriggio e bla bla bla. -
Ma torniamo al gazebo.
Scarlet pendeva dalle labbra di Wilhelm. Ingoiava vorace ogni parola
che egli le elargiva riguardo la nostra vita notturna. Le raccontò
di cosa si prova a bere sangue e a utilizzare i poteri di noi
Fratelli.
-Non mi vuoi fare tua,
Wilhelm?-gli domandò, arrossendo e rifugiandosi nel suo petto.
-La tua sposa, la tua concubina, qualunque cosa...-
-Non mettere Wilhelm in
imbarazzo, Scarlet. -dissi, accarezzandole i lunghi boccoli corvini.
-Altrimenti impiegherò settimane per sbrogliare le paranoie
che gli stai provocando. -
-Allora tu, Sam. -e si
avvinghiò a me. -Fuggiremo insieme, diventeremo una leggenda
per i mortali .-
-Vedi, Scarlet...-le
accarezzai dolcemente le guance e le scostai una ciocca ribelle di
capelli. -Ti ho parlato del Principe, ricordi? Già il fatto
che, in questo momento, ci troviamo in compagnia di umani a
conoscenza della nostra natura basterebbe a decretare la nostra morte
ultima. Abbracciare senza permesso la mia graziosa cugina metterebbe
a dura prova la salute mentale di Sua Altezza. -la mia spiegazione
parve sortire il suo effetto, perché Scarlet parve abbandonare
ogni suo proposito.
Ormai, era ora di
cena...perlomeno per loro. Mi sono sempre sentito a disagio,
guardando altri commensali mangiare di fronte a me. Succede, quando
si è costretti a uscire con dei mortali, a lamentare
immaginari dolori di stomaco o diete ferree. In quest'occasione,
però, in cui ogni segreto era stato portato alla luce del
sole, io e Wilhelm desiderammo aver assunto un cuoco Tzimisce, per
gustarci appieno l'atmosfera di festa. Così, con una punta di
noia e irritazione, osservammo i nostri commensali avventarsi su vera
pasta italiana, risotto condito con curry regalato loro dalla
famiglia di Parvati (si sono mantenuti in buoni rapporti e pensano
che Parvati esista sul serio), tacchino ripieno, puré di
patate, cavolini di Bruxelles, bavarese all'arancia, cheesecake al
frutto della passione, nonché Moët et Chandon, birra
artigianale dell'Alsazia, Chardonnay, Madera, whiskey, rosolio e
infine un caffè, dall'ingrato compito di mettere un po'
d'ordine nei loro stomaci.
-Scusate, ragazzi, ma
non potevamo dissanguare altri animali per voi. -disse mio padre,
pulendosi le labbra col tovagliolo.
-Penso che farò
un salto alla messa di mezzanotte. Farò uno spuntino strada
facendo. -annunciai, alzandomi in piedi. -Vieni anche tu, Wilhelm?-
-Wilhelm deve finire di
raccontarmi le sue imprese. -ribatté Scarlet, agguantandogli
un braccio. -Non è vero, mio principe della notte?-
-Vai pure, Samael. Ho
cenato in aereo nello sgabuzzino delle hostess. -
-A proposito, per quanto
vi tratterrete?-mi domandò mia madre.
-Penso fino all'anno
nuovo. Volevo fare visita a Marie-Jeannette e a Jordan nei prossimi
giorni, come tutti gli anni. -
-Oh, la sai l'ultima di
Marie-Jeannette? Ha aperto una lavanderia di lusso insieme ad un
altra ragazza. Si occupano solo di tessuti preziosi, cachemire, seta,
broccato, pellicce e via dicendo. Gli affari vanno molto bene. Jordan
invece si è trasferito in un collegio femminile di Orange
County. A maggio si è sposato con un'insegnante di piano e bla
bla bla. -
Uf, sazio di chiacchiere
ma non di sangue, indossai il mio cappotto nero di astrakan e mi
avventurai per le buie strade di Beverly Hills, diretto alla chiesa
cattolica più vicina. Lungo la strada incontrai un'avvenente
donna che sfidava il freddo con una vistosa pelliccia di castoro, un
medico di ritorno dall'ospedale e un gruppetto di bambini. Mi nutrii
dai primi due e chiesi indicazioni ai pargoletti.
Mentre camminavo,
ricevetti una telefonata da parte di Wendy.
-Capo, ho terminato con
i preparativi della mostra di arte sacra del 27 dicembre. Penso di
andare a casa a infilare nel microonde il mio petto di tacchino. -
-Fantastico, cara. Ma,
scusa, non dovevi andare dai tuoi a San Diego?-
-A causa del lavoro ho
perso l'aereo. Il prossimo partirà domattina. -
-Oh, mi dispiace. Mi
raccomando, goditi le ferie. Ricordati soltanto di apportare gli
ultimi ritocchi alla mostra di icone russe per l'Epifania, quando
torni in ufficio. -
-Si...-la sua voce, solo
un sospiro. -Buon Natale, capo. -
-Buon Natale, Wendy.
-click, ero finalmente arrivato.
La chiesa era piccola e
nuova, ma dall'atmosfera accogliente. Alle pareti erano appesi i
quadri di un artista locale, dallo stile molto accademico. Notai la
firma su uno di essi e me la segnai sul mio Blackberry, per la mostra
di arte sacra del prossimo anno.
La cerimonia si rivelò
semplice e suggestiva e all'uscita mi sentivo il cuore caldo e
commosso da quell'infusione di religiosità. Ma, oh, meraviglia
delle meraviglie, stava nevicando. Cosa davvero insolita a Los
Angeles. Il piazzale della chiesa era già ricoperto da uno
spesso e soffice strato di neve immacolata. I fiocchi danzavano
leggiadri nella luce dei lampioni e rimasi rapito a osservarli.
Faceva davvero freddo.
Mi sistemai meglio la sciarpa bianca di cachemire intorno al collo e
feci qualche passo verso il cancelletto del cortile, quando mi
accorsi che il passaggio era bloccato da una figura alta e
longilinea. Poteva essere sia un uomo che una donna, impossibile da
definirlo in mezzo al turbinare di fiocchi di neve. Indossava un
lungo cappotto di shearling e un piccolo colbacco di volpe artica.
-Buon Natale, Samael.
-la sua voce, inconfondibile.
-Tu...-dissi,
digrignando i denti, mentre mi si avvicinava lentamente e con grazia,
quasi galleggiasse a mezz'aria.
-La tregua è
finita. -mi sussurrò all'orecchio.
-Cosa?!-esclamai.
-Mpf, tieni questo.
-estrasse da sotto il cappotto un grosso pacco dorato e me lo mise in
mano. -A presto. -e se ne andò, fugace come una visione.
Strappai la carta e,
sorpreso, mi rigirai tra le mani la confezione di una pistola, una
Desert Eagle personificata con elaborati intarsi sul calcio di legno
pregiato. Apprezzai il dono, pur con un certo riserbo e mi incamminai
sulla strada di casa, ancora scosso da quell'incontro imprevisto,
continuando a studiare con meraviglia quel costoso regalo. Mi accorsi
che nella canna era stato infilato un bigliettino. Lo tirai fuori e
lo srotolai, liberando un'invisibile nuvoletta di patchouli nell'aria
gelida. Caro Samael, rimanendo per sempre bello e giovane mi hai
fatto il più bel regalo che potessi immaginare. Con affetto,
il tuo Bagoa. Rimasi così, pietrificato, con il vento che
mi sferzava violentemente.
In cielo si stava
combattendo una feroce battaglia aerea, una cacofonia di rombi ed
esplosioni, scariche colorate di artiglieria, razzi di contraerea che
sfrecciavano in alto e scoppiavano in uno scroscio di festose
scintille. Era l'ultimo dell'anno e ci trovavamo nel giardino
dei miei, dove era stata allestita una festa rutilante, alla quale
era accorso tutto il circondario.
Nutrendomi dai colli
zampillanti di diversi ospiti avevo ingerito più alcool che
sangue. Per questo, barcollavo alla ricerca di Wilhelm. Quando
finalmente lo trovai, gli gettai un braccio intorno alle spalle,
ringraziando il cielo di aver finalmente trovato un sostegno a cui
aggrapparmi.
-Confessalo. -gli dissi,
biascicando. -Ti stai divertendo da morire. -
-Ho appena ricevuto una
chiamata dal Principe. Ha chiesto se stava andando tutto bene.
Evidentemente, nutre qualche dubbio nei nostri confronti. Forse non
si fida di noi e ne avrebbe tutte le ragioni. -
-Lascia perdere quella
zitella repressa. Le rode trascorrere le feste sommersa da
scartoffie. -
-Siediamoci qui. -mi
aiutò ad adagiarmi su un divano di vimini, in riva al laghetto
delle ninfee, il quale rifletteva l'immagine tremante della luna. -A
dire la verità, ti ringrazio per avermi portato con te. Sei il
miglior infante che mi potesse capitare. -
-Ovvio, Wilhelm...e tu
sei il peggior Sire che...-ma ero così stanco ed ubriaco che
mi addormentai , reclinando la testa sulla sua spalla
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