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The ravens
Friday 01 February 2008
 
Scritto da Samael,

 Una notte uggiosa, afflitta dalla pioggia e dall'annoiato scoppiettare del fuoco nel camino. Spro­fondato nella poltrona di velluto rosso di Wilhelm, attendevo che ritornasse a casa per esporgli i miei ultimi affari. Tuttavia, era già trascorsa inutilmente un'ora. Divorato dalla noia, mi alzai e presi a curiosare per il salotto in stile impero. Conoscevo ogni angolo di quel grazioso tempio borghese tappezzato di rosso, ma di tanto in tanto Wilhelm amava aggiungere qualche nuovo libro alla sua collezione. In special modo, i volumi sistemati sulla mensola del camino occupavano un posto d'o­nore. Non è raro per un Toreador ostentare con disinvoltura le proprie letture, posizionando i propri libri preferiti nei punti maggiormente in vista di una stanza.

Così, calpestai l'enorme pelliccia d'orso, il cui colore brunito si arricchiva di imprevedibili sfu­mature fiammeggianti alla luce del fuoco, e diedi una breve scorsa ai libri sulla mensola. Le solite edizioni di antiquariato di romanzi ottocenteschi...Pare che Wilhelm abbia completamente ignorato il XX secolo, per quanto riguarda la letteratura. Tuttavia, notai subito la presenza di un intruso. Cosa ci faceva l'Edda di Snorri Sturluson in mezzo a quei romanzi? Mmh, una pregiata edizione in cuoio con traduzione in tedesco e testo in antico norreno a fronte. Ma le sorprese di quel libro non terminarono lì.

Non appena l'aprii, infatti, notai che in seconda di copertina era presente una sorta di tasca, la quale conteneva una manciata di fogli ingialliti, ricoperti da una calligrafia minuta e nervosa, un fluire turbolento di tratti rozzi e rapidi, simili a intagli su una corteccia. Il testo era scritto in un te­desco appesantito da molti arcaismi, ma ciononostante comprensibile.

Ecco trovato un modo per ammazzare il tempo in attesa di Wilhelm! Tornai dunque a sedermi in poltrona, dedicandomi alla lettura di quel misterioso manoscritto.

Nú er mér torvelt.  Tveggja bága  njörva nift  á nesi stendr.  Skal eg þó glaður  með góðan vilja og óhryggr heljar bíða.
(Il mio destino è crudele. La Morte, sorella dei nemici di Odino, si erge sul promontorio. Con risoluzione e senza rimorso attenderò volentieri la mia).


Rimembrare la Battaglia di Stiklestad, attraverso qualche breve passaggio inserito nei libri di storia, mi riempie il cuore di commozione e di leggerezza. Io l'ho vissuta. E anche il grande poeta Snorri l'ha combattuta, all'acerba età di quindici anni, conservandone il ricordo e tramandandolo ai posteri con la voce della poesia. Fu l'ultima battaglia della mia vita mortale e la perdetti. Re  Olaf Haraldsson pagò cara la sua vittoria, ferito e reso martire dalla fede che si stava diffondendo nelle mie terre. Ricordo ancora il fuoco sacro che vibrava nei suoi occhi, la sua spada mossa da forze che sfidavano i nostri dei. Morendo divenne santo e vinse definitivamente le nostre antiche cre­denze.

Mi trovavo steso e dimenticato sul campo di battaglia. Attendevo l'onorevole morte di cui il do­lore che mi pulsava nel torace era l'araldo. Intorno a me si stendeva un mosaico umano di cadave­ri e di armi abbandonate. Il freddo della terra penetrava attraverso la mia pelliccia d'orso. Nessuna armatura per i guerrieri come me, solo la protezione della pelle animale,i suoi odori silvani e la sua forza ancestrale. Berzerkers, privi di vestiti o pelle d'orso, guerrieri di Odino, il cui nome si­gnifica furia. 

La danza delle pelli e delle maschere, annuncio delle battaglie a venire. Intorno al fuoco, in compagnia dei miei dodici compagni, scelti dalla ferocia della lotta. Mpf, gli intrugli allucinogeni che bevevamo prima di ogni battaglia rendevano vividi e abbaglianti i miei ricordi in punto di morte, così come rendevano onirico e palpitante di presenze invisibili il paesaggio intorno a me. Se sconfiggi un orso puoi sconfiggere qualunque uomo. Se bagni le tue mani nel suo sangue, il sangue degli uomini scorrerà su di te come acqua sorgiva. Ombre nere galleggiavano lente e pa­zienti nel cielo, nere come la notte imminente, stendardi di tenebra contro le ultime fiamme scar­latte del crepuscolo. Berzerkgang. Un gelo mortale ti stritola le ossa. Il viso cambia colore. Un ca­lore indescrivibile esplode nella tua testa. Poi, ti ritrovi a ululare alla luna come un lupo, a dime­narti nel fango, a graffiare le cortecce degli alberi fino a farti sanguinare le dita. La furia scorre nelle tue vene e l'odore del sangue ti inebria. Affonda le armi nella carne del nemico. Straziala!

Corvi scesero sul campo di battaglia. I loro becchi neri scavavano nelle orbite dei cadaveri, ne scarnificavano le guance e strappavano lembi di carne gocciolanti di sangue, mentre elevavano al cielo le loro rauche lamentazioni. Le sorti della battaglie sono decise dai capricci di Odino. Il mio dio della guerra mi aveva abbandonato. Ecco gli ultimi istanti di vita di un guerriero che un tempo avrebbe potuto combattere al fianco di un re, ma che ora moriva come un fuorilegge, come un parto oscu­ro dei demoni del nord.

Vidi avanzare un ombra più grande delle sagome dei corvi , un'ombra che si frapponeva fra me e il cielo insanguinato, come un'eclisse maledetta. L'ombra si scompose in due. Una più esile camminava al suo fianco.

-Ecco la tua vittima, Sigurd. -una voce di donna, squillante e limpida.

-Taci, Hilda. -un ordine pronunciato con durezza.

 -Voi  hirdskald siete innamorati dei guerrieri, ma incapaci di impugnare un'arma. Pensate che cantare una battaglia equivalga a combatterla. -una donna beffarda.

L'uomo le assestò un potente schiaffo in pieno viso, facendola cadere a terra.

 -Zitta,  heks, e ricordati chi ti ha salvata dalle fiamme dei cristiani. I miei poteri notturni. E ora, osserva un rituale che tu non potrai mai compiere. -

Avvertii il dolore di un morso sul collo, subito spazzato via da un'insormontabile ondata di pia­cere. Un piacere fisico, che andava ben al di là di quello che può dare il corpo di una donna. Vidi le ombre della morte avvolgermi in un abbraccio soffocante. Percepii il mio corpo spegnersi e riaccendersi di una luce fioca e azzurrognola, come quella di un fuoco fatuo.

Persi i sensi e quando mi ripresi, mi trovavo nel folto di un bosco. Sebbene fossi completamente nudo, il mio corpo non soffriva il freddo come quello di un normale essere umano. La gelida terra era per me come il giaciglio di un re.

-Pelli di orso...-l'uomo che doveva portare il nome di Sigurd si trovava seduto di fianco a me, con la schiena appoggiata a un vecchio frassino. -Inadatte a una creatura come te. -

 Il mio coltello che affonda nella gola dell'orso. I suoi terribili artigli si bloccano sopra la mia te­sta, gli stessi artigli che avevano graffiato ma non squarciato la mia carne. Futuri monili per la mia gloria.  Mi misi a sedere e cercai di coprirmi con una coperta che mi porse la donna. Mi ver­gognai di fronte al suo sguardo divertito.

-Sigurd desidera donarti nuovi abiti per fare di te il suo damerino. -cinguettò, avvolta nei suoi stracci neri come la pece.

Era bella, seppur sciupata. I biondi capelli, ricciuti e arruffati, incorniciavano un viso ovale e dalla pelle levigata. Le labbra rosse e carnose contrastavano con il suo spettrale pallore, il quale però non poteva essere paragonato a quello del suo compagno. E gli occhi...così singolari. Uno era di un blu profondo, mentre l'altro era azzurro come il cielo d'inverno.
 

-Sei diventato un wiescz come lui. -esclamò, prendendomi il viso fra le mani fredde e callose. -La gente mormora che le creature come voi si riconoscano dal viso rosso e dall'occhio sinistro spa­lancato. -ridacchiò annoiata. -La gente si sbaglia così spesso...-mi accarezzò la barba bionda e i lunghi capelli. -Qual è il tuo nome?-

-Gunnar. -risposi.

-Portalo alla grotta, Hilda. -le ordinò impassibile Sigurd. -Tra un'ora sorgerà il sole. Sei rimasto privo di sensi a lungo, Gunnar. Mi deludi. -mi guardò coi suoi occhi taglienti e malvagi, due lapi­slazzuli conficcati in un viso rosato e ornato da lisci capelli fulvi.

-Non ascoltarlo, Gunnar. -mi sussurrò Hilda all'orecchio. -Lui ha piagnucolato per ore la pri­ma notte. -

Sigurd la batté ancora, buttandola a terra e calciandola al ventre. Mi alzai in piedi, lasciando scivolare la coperta, sicuro della prestanza del mio fisico, immensamente superiore al suo corpo magro e affusolato. Egli mi guardò dapprima perturbato, poi lanciò su di me un incantesimo a cui non riuscii sottrarmi. Provai per lui un istantaneo e misterioso affetto. Non l'avrei contrariato per niente al mondo.

-Vai, Hilda. -disse, guardandomi negli occhi. -E tu...domani ti insegnerò a vivere tra le ombre della notte. -e si allontanò, inoltrandosi nel bosco.
Hilda mi allungò una tunica di lana rossa e un paio di pantaloni di pelle di pecora dall'ottima fattura, nonché un mantello ricavato da pellicce di volpe e un paio di stivali foderati. Abbiglia­mento ricercato, degno della corte di un re. Si voltò, permettendomi di vestirmi, dopodiché, mi ac­compagnò attraverso il bosco, verso la grotta di cui aveva parlato Sigurd.

-Cosa sono diventato?-le chiesi.

-La tua calma è sorprendente. Sei davvero un grande guerriero. -mi sorrise malinconicamente. -Sei una creatura che si nutre di sangue e che vivrà in eterno. Domani notte, comunque, Sigurd ti spiegherà meglio ogni cosa. -

-Perché ti tratta in quel modo?-

-Perché crede di potere esercitare su di me dei diritti dopo avermi salvata. -

-E tu gli permetti di...-

-Sono una strega, Gunnar, sul serio. -il suo sorriso si tinse di sfumature maligne. -Ho doman­dato agli spiriti di mostrarmi il futuro di Sigurd e da ciò che ho visto, ho capito che mi basta at­tendere pazientemente per attuare la mia vendetta. -

-Lui...-

-Siamo arrivati. -disse, indicandomi la bocca nera e spalancata di una grotta, sepolta fra le alti felci. -Lui è l'uomo che mi ha salvata da un'orda di contadini inferociti e terrorizzati. Tuttavia, il tempo di una strega non scorre come quello degli uomini e neppure come quello di voi vampiri. -

Mi fece stendere sulla nuda roccia, nel fondo più umido e oscuro dell'anfratto. Stava albeg­giando all'esterno e le mie membra furono invase da una pesante sonnolenza. Quando mi svegliai era nuovamente notte e una fame mai conosciuta prima mi dilaniava le viscere. Mi alzai, dunque, e mi diressi verso l'uscita. Quando udii delle voci mi fermai, al sicuro nell'ombra.

 -Non riuscirai mai ad amarmi, Sigurd. -era Hilda, insolente come al solito. -Mi hai salvato uni­camente per avere una compagna durante le tue notti. -potevo vederli alla luce della luna, proprio davanti all'entrata della caverna. -Ma io non diventerò mai come te e tu...tu non potrai mai amar­mi come un uomo. -vidi la sua mano posarsi sul suo petto e scendere lentamente verso l'inguine. -Quel tipo di amore ti è ormai precluso. Solo il sangue ti soddisfa. Ma graffiami soltanto, ed evo­cherò tutti gli spiriti del Niflheim per maledirti più di quanto tu sia già.

-Il mio infante si è già svegliato. -affermò, imperturbabile.

-Almeno lui avrà qualcuno da poter chiamare Sire. -un altro schiaffo in pieno viso le spaccò il labbro. -Mpf, ti piace versare il mio sangue ma non oseresti mai berlo. -gli voltò le spalle e uscì dalla mia visuale.

Uscii alla luce della luna.

-Tu sei il mio Sire?-gli domandai. -Cosa significa?-

-Significa che sono come tuo padre. Ora vieni, ti istruirò. -

 Nelle ore successive mi enumerò i vari poteri di cui disponevo, poteri infernali che già cono­scevo attraverso i racconti della gente. Mi insegnò a bere sangue dagli umani, avvicinandomi a loro come una belva feroce. La mia nuova condizione non era poi molto diversa da quella prece­dente di guerriero animale. Il tocco della pelle dell'orso sulla nuda pelle. Vestirsi della forza della bestia e avventarsi in delirio sul nemico. Conficco la spada dritta nel cuore dell'avversario e la ri­volto nella ferita.Caldi fiotti di sangue mi inondano il petto e schizzano sulle mie labbra. La mia lingua raccoglie avidamente quel nettare di vita.

-Chi sei tu? Da dove vieni?-gli chiesi, seduti in riva a un ruscello per pulirci il viso dopo il no­stro pasto notturno.

-Vengo dall'Islanda, Gunnar, ed ero poeta di corte. -

-Un poeta ha scelto me come suo infante?-

-Hilda ha in parte ragione. La guerra mi affascina e rendere eterno e immutabile l'ideale di guerriero è per me un dovere. Ma non temere, ti insegnerò a cogliere la poesia della battaglia. -

-Solo un poeta riuscirebbe a cogliere poesia nella furia del combattimento. -osai sfidarlo. -Dimmi, com'era la vita, ben protetto tra le mura di un castello, bevendo vino e cantando alla ta­vola del re?-

-Non ti lasciare ingannare da Hilda. -riuscì a trattenere un silenzioso moto di rabbia. -E' folle come tutte quelle della sua stirpe malvagia. -

-E dimmi, che ne è della nostra razza? Dove sono i nostri simili? Dov'è il tuo Sire?-

-Forse, mio caro amico...-si immobilizzo, trafiggendomi col suo sguardo. -Hai udito troppo poco fa. Ora, vaga finché vuoi per la campagna. Impara a domare i tuoi poteri. -e sparì istanta­neamente dalla mia vista, in un refolo di vento.

 Seguii il suo consiglio e vagabondai per i boschi, sentendo gli animali ritrarsi al mio passaggio, temendomi come mai in passato. Vedevo i loro occhi brillare sinistri alla luce della luna e scorsi persino la sagoma di un orso. La bestia mi fissò per qualche istante, poi fuggì via. Non ero più una bestia come un tempo, ero oltre la bestia.

-Sei un orsacchiotto, in verità. -Hilda emerse dalla notte senza che io mi fossi accorto fino a quel momento della sua presenza.

-Puoi leggermi nella mente?-

-Posso leggerti negli occhi. -

Segretamente, provavo il desiderio di possederla, non come donna ma come preda. Avrei voluto aprire la sua candida gola e bere alla fontana di sangue che sarebbe sgorgata. La mia natura di guerriero animale continuava a vivere nel mio nuovo corpo.

-E' l'istinto a ordinarti di uccidermi. -mi disse, incantevole e ammaliante. -In vita ti sei abban­donato alla bestia che c'è in te, ma ora cosa intendi fare? Un'eternità di sangue e omicidi rappre­senta un sentiero che conduce alla pazzia. Sei morto proprio prima di diventare una bestia in tutto e per tutto. E' l'unica benedizione concessa ai guerrieri come te, morire prima di vivere unicamen­te per l'acciaio. -

-Sembri conoscermi. -

-Vedo la tua vita passata nella tristezza dei tuoi occhi. -mi accarezzò il viso, domando la bestia in me. -Un'infanzia schiacciata dalla prepotenza del gelo e della spada. Crescendo, hai conosciuto un solo modo per fare bruciare la tua fiamma nella notte della tua vita miserevole. Siamo simili io e te. Bruciamo entrambi per riscaldarci. -

-Hilda, sarebbe stato meglio per me morire sul quel campo di battaglia. -

-Sì, lo so. -disse, prendendomi per mano e conducendomi via. -Ma Sigurd è egoista. Tu rappre­senti ciò che lui non sarà mai, un uomo forte. Per questo, guardati da lui. E' invidioso della tua forza. -

-Come lo hai conosciuto?-

-Mi ha vista danzare durante le notti di Tregenda e si è innamorato di me. Danzavo insieme a tutte le ombre del Niflheim, a tutti i demoni dell'oltretomba, bella e fatale. Pur essendo una creatu­ra della notte, non si unì alle danze. Attese il momento propizio per avermi e, esercitando tutti i poteri di cui era stato dotato, mi salvò da morte sicura. La strega e il vampiro in fuga nella notte...-


Giungemmo in prossimità di una piccola radura, nel mezzo della quale era stata costruita una pericolante capanna. Hilda viveva lì. Mi invitò a entrare e le mie narici si riempirono del profumo di innumerevoli erbe medicamentose, appese alle travi del soffitto a essiccarsi.

-Eccoti. -mi porse un involto. -Ti servirà. -era la mia spada. -L'ho conservata per te. -

-E la mia pelle d'orso?-

-Ti servirà solo questa. -

-Per fare cosa?-

-Lo scoprirai presto. -

-Se non vuoi dirmi questo, almeno rivelami cosa mi riserva il futuro, se sei davvero in grado di sondarlo. -

Mi posò le mani sulle spalle, per poi risalire lungo il collo e affondarle nella mia folta barba dorata. Vide sicuramente qualcosa nelle infinità astrali in cui la sua mente si era immersa, ma ri­mase in silenzio.

-Che ne è stato della mia pelliccia d'orso?-

-Non ne hai più bisogno. Non avresti mai dovuto averne bisogno. Ora, torna alla grotta. Fra breve sorgerà il sole. -

 Tornai così alla mia tana, stringendo al petto la mia spada. Hilda l'aveva pulita e ora la sua lama rifletteva il bagliore delle stelle. La vidi raccoglierla dal suolo inzuppato di sangue e pulirla col lembo del suo vestito sporco e malconcio. Dormii tenendola al mio fianco. Mi sentivo più sicu­ro ora che era stato ristabilito un legame con la mia vita mortale. Le scintille che scaturiscono dal­la lama incandescente quando il martello si schianta sulla sua superficie. La meraviglia di quegli schizzi di fuoco che nascono e muoiono in un istante. Il sudore lungo il petto dell'armaiolo. I miei occhi incantati.

Quando mi svegliai, avvertii la presenza di Sigurd fuori dalla grotta. Uscii e lo vidi scuro in volto, gli occhi fiammeggianti di odio e gelosia.

-Ti sei spinto troppo in là, Gunnar. -mi ammonì, lanciando un'occhiata preoccupata alla spada che impugnavo. -L'insolenza è un peccato capitale per un infante. -

-Sei tu a dirlo. Dove sono i nostri simili per confermarlo? E' la gelosia che ti consuma. -ribattei, sicuro del mio braccio ma preoccupato di soccombere alle sue arti oscure. -Non avresti dovuto abbracciarmi. -

-Già. L'eternità è fatta per essere vissuta in solitudine. -

-Degno di te, Sigurd. -Hilda, appoggiata al tronco di un albero. -Sei stato costretto a convin­certene, dopo essere stato abbandonato dal tuo Sire. -

-Taci, Hilda. -

-Ti ha abbandonato perché eri troppo debole. In grado solo di scimmiottare il talento poetico dei tuoi maestri, ma non di riuscire a utilizzare quel poco di orgoglio con cui sei nato. Rimani pure solo e muori dimenticato da tutti. -

Come una belva, Sigurd si avventò su di lei, sul suo collo, sul suo collo traboccante di sangue. Il corpo di lei si accasciò ai suoi piedi, ancora mosso da un alito di vita. Mi gettai a terra, prenden­dola tra le braccia, inorridito come non lo ero mai stato di fronte all'approssimarsi della morte sul volto di una persona.

-Fallo, Gunnar. Rendila tua, rendila una di noi. -la sua voce, insinuante e ironica, rimescolava una rabbia antica dentro di me.

 Cercai una risposta negli occhi di Hilda. Stanchi e distanti mi dicevano no. Così, attesi che il suo cuore smettesse di battere e la deposi a terra. Afferrai poi la mia spada e mi lanciai contro Si­gurd, incurante dei pericolo a cui stavo andando incontro. Percepii i suoi subdoli sortilegi agire dentro di me, intimandomi a deporre l'arma, a rispettarlo, a inginocchiarmi di fronte a lui. Ma l'antica bestia ruggì nelle profondità del mio essere, ordinandomi di ucciderlo. La bestia urla, si dimena nelle prigioni in cui è stata confinata e spezza le catene della ragione. Ecco la sorgente della furia guerriera, la fonte a cui si abbeverano le belve. Lo trafissi da parte a parte, inchiodan­dolo al tronco di un albero. Rantolante e terrorizzato, provò a parlarmi.

-Vuoi bere il mio sangue, non è vero? Il sangue di quella sgualdrina non era abbastanza sapo­rito per te. Vuoi il mio, per cibarti della mia forza. -

-No...-ruggii e ritrassi la lama, per poi calarla nuovamente su di lui.

La sua testa rotolò tra le felci. Il suo corpo crollò a terra. Conficcai la spada nel suo cuore e la feci ruotare, strappando le sue carni immortali. Con orrore e compiacimento mi godetti lo spettacolo del suo corpo sgretolarsi in cenere. Presi tra le braccia Hilda, fredda e immobile contro il mio petto, e piansi lacrime di sangue sul suo viso. La de­posi nella sua capanna solitaria e diedi fuoco al tutto. Vidi il suo spirito innalzarsi fra le fiamme impazzite che lambivano il firmamento impassibile, o forse era solo uno scherzo del fumo. La be­stia era stata domata, tuttavia. Aveva emesso il suo ultimo ruggito di rabbia ed era morta, ritiran­dosi nella sua tana.

Questa è l'unica storia che ritengo degna di essere narrata. La storia che mi portò a seppellire la mia spada tra le braccia della terra, ad arrugginire per l'eternità. Non esiste nessuna poesia nel­la battaglia. La bellezza è nemica della spada. Ecco la morale di questo mio racconto.

La porta si aprì all'improvviso. Wilhelm era tornato.

-Non ti si può nascondere proprio nulla...-sospirò, avendomi colto in castagna.

-E' stata una lettura edificante. -dissi, riponendo il manoscritto nella tasca di pelle. -Avrei voluto conoscere meglio Gunnar. -

-E' sempre stato un uomo molto schivo e, purtroppo, il destino ha deciso altrimenti per lui. -

-Ma come poteva essere un Toreador, un guerriero come lui?-

-Non hai capito il significato di quel racconto. -mi rimproverò, sedendosi di fronte a me. -Ab­bandonò la spada per lasciarsi istruire dai canti dei menestrelli e imparare da loro un nuovo modo di vedere le cose. La bellezza è nemica della spada, ma può illuminare ciò che di oscuro e sanguinoso vi è nella battaglia, estraendo da quella melma un'unica, scintillante perla. -

-Sei sempre così saggio, Wilhelm. -

Il sangue di Gunnar scorre dentro le mie vene e io lo stavo sprecando con ninnoli e gingilli. Mi vergognai così tanto della mia dissolutezza, che arrossii visibilmente.

-Dimmi, Wilhelm, esiste una specie di Legione Straniera per vampiri?-

 








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Postato il Caedric Allen Aston, 03-02-2008 15:20,
1. Una piacevole scoperta...
Mi ha sorpreso decisamente apprendere di tali tue origini guerriere Samael... 
Purtroppo pare che lo spirito combattivo del tuo Gransire non sia giunto sino a te...
 
» Rispondi a questo commento

Postato il Harle, 02-02-2008 18:10,
2. Behage
Mi piace, solo si ecco... come discendenza Toreador mi sembra un pò strana anche a me. Sia mai che il codardo Toreador ritrovi il piacere di menare le mani.
 
» Rispondi a questo commento
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